Per una nuova Europa: 2) L’Italia è un paese fragile che migliora ma non sta bene

Il 2015 segna per l’Italia la fine della recessione. Infatti le variazioni di tutti gli indicatori economici fondamentali dell’anno rispetto il 2014 sono state positive . Il PIL è cresciuto dello 0,8% , sono cresciuti i consumi , gli investimenti , le esportazioni , le retribuzioni e l’occupazione.

Var.% 2015-2014 dati di fonte ISTAT

2015

La doppia recessione ( dei mutui subprime e del debito sovrano ) , intercalata da una breve ripresa del 2010 e parte del 2011 , è stata la più lunga da quando , nel nostro paese , esistono rilevazioni statistiche affidabili :

Tra il primo trimestre del 2008 ( con l’ultima variazione positiva del PIL ) e il quarto del 2014 (con l’ultima variazione negativa del PIL ) su 26 trimestri del periodo solo sette erano state le variazioni positive.

Variazione %, a prezzi costanti , del PIL trimestrale sullo stesso trimestre dell’anno precedente . Elaborazioni su dati ISTAT

var.trim pil 2008-2014

Variazione % dell’occupazione trimestrale sullo stesso trimestre dell’anno precedente. Elaborazioni su dati ISTAT.

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Serie storica del tasso di disoccupazione trimestrale totale e giovanile . Elaborazioni su dati ISTAT.

tasso dis

Ma , nonostante la ripresa , per recuperare la strada è lunga

Il livelo del PIL del 2015 è ancora inferiore dell’8,3% rispetto il 2007 .

Il massimo del livello di occupazione raggiunto nel secondo trimestre 2008 , nonostante la sua ripresa del 2015 , dista ancora quasi 700.000 posti di lavoro.

Il tasso di disoccupazione totale e quello giovanile nel quarto trimestre 2015 sono ancora superiori di 5,5 e 19,1 punti percentuali , rispettivamente , rispetto quelli , mai così bassi del secondo trimestre 2007.

Ancora:

  • I consumi delle famiglie sono inferiori dell’8,3% rispetto quelli del 2007 , di quelli , cioè , prima delle crisi
  • Gli investimenti fissi lordi sono crollati del 29,8% .

Le disuguaglianze territoriali e sociali si sono accentuate :

gli individui che si trovano in povertà assoluta , che non riescono cioè a consumare un insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile , residenti nel mezzogiorno,che nel 2007 erano il 43% di tutti i poveri del paese nel 2014 erano il 45,5%. In Italia la povertà , seppure nel 2014 si sia ridotta rispetto il 2013 , colpisce quasi un milione e mezzo di famiglie e oltre 4 milioni e centomila persone una entità più che raddoppiata dal 2007.

Incidenza della povertà assoluta per ripartizione geografica. Anni 2007-2014 . Fonte ISTAT : percentuale di individui poveri sulla popolazione residente

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povertà grafico

Il tasso di disoccupazione nel mezzogiorno  che nel 2007 superava quello del nord di 7,5 punti percentuali nel 2014 è più alto di 12,1.

tasso dis lòivl rip tavola

tasso dis liv rip grafico

continua………

 

Per una nuova Europa: ( 1 ) L’ideologia Tedesca dell’austerità

Eugenio Scalfari su La Repubblica di domenica 28 febbraio nel suo” SE RENZI IMPUGNA LA BANDIERA EUROPEA DI SPINELLI “ ha suscitato scalpore e Francesco Damato ha intitolato il suo corsivo sul blog formiche.net : “Notiziona , Eugenio Scalfari è diventato renziano”.. In effetti commentando il documento che il Presidente del Consiglio ha presentato alle autorità europee “Una strategia politica condivisa europea per la crescita, l’occupazione e la stabilità “ il fondatore di La Repubblica ha eclamato: “ Debbo dire: mi sono stropicciato gli occhi a leggere queste nove pagine del documento, la loro conclusione e il titolo che è tutto un programma. Bisogna passare da una politica a breve termine ad una visione a lungo termine: una frase nella quale c’è qualcosa che somiglia molto agli Stati Uniti d’Europa “.Nel secondo punto del documento , inoltre , si descrive un complesso di misure che realizzino una politica espansiva al posto di quella di austerità e rigore fin qui imposta dalla Commissione (e dalla Germania) . “ Bisogna aumentare le capacità di crescita, sostenere la politica monetaria della Bce, varare una politica fiscale europea che tenda a riequilibrare le politiche nazionali aiutando la loro flessibilità in modo da ristabilire tra loro un equilibrio attualmente molto alterato “ .

Si vuol prendere le mosse proprio da qui per ricostruire , in diverse puntate , anche con i numeri , lo” stato dell’arte” e come si è determinata , dopo la grande crisi del 2008 , la situazione odierna in cui si trovano l’Unione Europea , l’Area Euro e l’Italia dal punto di vista della economia e della governance economica.

  1. ANTEPRIMA : L’IDEOLOGIA TEDESCA DELL’AUSTERITA’

AMECO è il database di macro-economia della Direzione generale della Commissione europea per gli affari economici e finanziari (DG ECOFIN). Il suo ruolo principale è quello di  svolgere una vasta gamma di analisi macroeconomiche, che richiedono un set adeguato e di alta qualità di indicatori economici e statistici funzionali all’applicazione del Patto di stabilità e di crescita , che insieme al 3% quale vincolo da non superare nel deficit nominale di bilancio degli stati membri ,( patto “ rafforzato “ con le nuove regole approvate nel 2005 nel 2011 e 2013 ,semestre europeo , fiscal compact , six e two pacts) “ coesiste “ con il suo pareggio strutturale ( che è stato da tutti , addirittura , inserito , come l’Italia nel 2012, in Costituzione ).

Un indicatore centrale a questo fine è il Pil potenziale e il relativo out put gap. Il primo è il livello di prodotto interno lordo raggiungibile in condizione di pieno impiego dei fattori produttivi , quale il capitale , il lavoro e la capacità di innovazione tecnologica e in assenza di accelerazioni inflazionistiche.

L’ output gap è la differenza tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale

Se la differenza , così , dà risultato positivo , allora lo output gap indica che la crescita della domanda aggregata sta superando la crescita dell’offerta aggregata (il che può portare ad un aumento dell’inflazione); se il risultato è negativo, allora lo output gap può indicare un sottoutilizzo dei fattori produttivi e il sopraggiungere di deflazione , recessione e stagnazione con aumento della disoccupazione.

In presenza di un out put gap positivo in uno Stato membro, le regole europee impongono una correzione dei saldi strutturali di bilancio, cioè manovre “di aggiustamento” o “restrittive” che risulterebbero molto probabilmente pro-cicliche con gravi effetti sulle prospettive dell’economia. Un out put gap negativo potrebbe , al contrario , suggerire che la crisi è determinata da fattori come la caduta della domanda, e quindi richiedere manovre anticicliche ed espansive. Ora gli stessi   dati contenuti nel database della Commissione Europea   rivelavano , proprio in seguito alla doppia crisi dei mutui subprime e dei debiti sovrani , tra il 2007 e il 2014 , la presenza di out put gaps persistentemente negativi in tutti i paesi dell’area euro  . Perché , invece, la preoccupazione principale delle autorità sospettose ed “austere” di Bruxelles è stata che gli stati nazionali non superassero il 3%, quando invece la presenza della crisi avrebbe richiesto politiche fiscali fortemente espansive a sostegno della domanda aggregata anche attraverso sforamenti di quel limite di bilancio ?.

Out put gap e Deficit nei paesi dell’area euro % PIL elaborazione dati di fonte AMECO

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Significativi i dati dell’Italia soprattutto negli anni dal 2012 ( governo Monti ) al 2014..

Out put gap e deficit % PIL Italia elaborazione dati di fonte AMECO

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Eppure un out put gap negativo , come si è detto in precedenza , avrebbe dovuto suggerire ( come sarebbe previsto dagli stessi regolamenti europei ) alle autorità di Bruxelles che la crisi essendo determinata da fattori come la caduta della domanda, avrebbe richiesto esplicite manovre di politica economica fiscali anticicliche ed espansive molto robuste alimentate da disavanzi di bilancio molto consistenti , ben oltre il limite del 3% ?.

Significativi , al riguardo gli interventi contro la crisi del presidente Obama negli Stati Uniti , che grazie alle politiche che hanno comportato disavanzi pubblici a due cifre ( negli anni 2009-2010-2011 ) hanno impedito una caduta consistente e protratta negli anni del pil , come invece è accaduto in Italia e in tanti altri paesi dell’area euro.

Var.% PIL ITALIA e STATI UNITI elaborazione dati di fonte AMECO

pil ita-usa

Deficit Debito USA % PIL fonte OCSE

deficit debito usa

Come sarebbero potuti essere l’andamento e il livello del PIL effettivi dell’Italia se , grazie a una politica fiscale espansiva , fossero stati pari a quelli del pil potenziale ?

La simulazione mostra che certamente la variazione del pil a prezzi costanti sarebbe stata sempre negativa ma in misura inferiore di quasi 3,5 volte ( -2,6% vs -8,9%) e in valore assoluto di 43,650 miliardi rispetto ai 150,705 verificatasi realmente .

Il PIL corrente invece della crescita effettiva di 5,743 miliardi del periodo sarebbe aumentato   di ben 114,462 miliardi , con un prelievo fiscale pari a circa la metà , con il quale ridurre , dopo la sua crescita iniziale dovuta al forte aumento del deficit , il rapporto DEBITO/PIL che invece , causa le politiche di austerità e consolidamento fiscale è comunque aumentato , tra il 2007 e il 2014 , di 32,4 punti percentuali di PIL.

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Non a caso il rapporto debito/Pil è aumentato in tutti i paesi dell’Eurozona che hanno adottato misure di consolidamento fiscale ed è stato maggiore dove sono state più intense . Questo sembra confutare definitivamente l’argomento di coloro che affermano che l’austerità ha funzionato poco perché non se n’è fatta abbastanza, perchè , al contrario , più se ne è fatta, peggio sono andate le cose, sotto il profilo del debito pubblico e della disoccupazione ?.

Insomma la governance economica della Commissione Europea a guida tedesca alla prova dei fatti e dei numeri ( e delle nefaste conseguenze sociali ) si è dimostrata inefficacie ?. Al fondo della teoria del cosidetto “ Ordoliberismo ” , dell’ideologia Tedesca  dell’austerity e  della opposizione a qualsiasi politica comunitaria di stampo Keynesiano o Neokeynesiano che intenda sganciarsi dai vincoli di controllo della spesa pubblica “ ci sono ragioni storiche.

Infatti lo spettro drammatico dell’inflazione, che è il pericolo di ogni spesa pubblica incontrollata, è ancora presente tra i tedeschi e orienta nelle decisioni la Merkel e la Bundesbank. Tali ostilità e paure tedesche sono dovute a ragioni storiche e culturali prima che economiche. Il trauma dell’iperinflazione durante gli anni di Weimar, il nazismo, il fallimentare esperimento del socialismo della RDT sono gli antecedenti storici dello spirito antikeynesiano tanto diffuso fra i tedeschi.

Continua………

 

 

 

 

La lunga e faticosa strada delle liberalizzazioni in Italia

Alessandro De Nicola su La Repubblica del 24 febbraio 2016 nell’articolo “CHI NON VUOLE LA CONCORRENZA IN ITALIA “ ha scritto: “ Buon compleanno concorrenza! Il 20 febbraio del 2015, infatti, il governo presentava alla Camera il disegno di legge sulla concorrenza elaborato dal Ministero dello Sviluppo Economico (Mise). Si tratta del ddl che, su indicazione dell’Autorità Antitrust, l’esecutivo dovrebbe far approvare annualmente ma che finora non ha mai visto la luce, pur essendo la legge che lo prevede in vigore dal 2009.” In seguito l’autore lamentava che , dopo il suo depotenziamento operato dalla Camera , al Senato “ è iniziata una girandola di audizioni , memorie, pareri e, naturalmente, emendamenti, questi ultimi in gran parte volti a depotenziare ulteriormente il disegno di legge, se non addirittura a peggiorare la situazione esistente “.

Eppure l’interesse dei consumatori dovrebbe prevalere su quello delle varie corporazioni .

E’ interessante verificare che nel periodo 2000-2010, nonostante in Italia ( ma anche in Germania ) la crescita dei consumi finali privati sia stata molto modesta +0,5% il tasso medio annuo , i prezzi sono cresciuti in modo”anomalo” , +2,2%, rispetto gli altri paesi ( secondo solo a quello spagnolo ) , dove un aumento dei prezzi inferiore a quello italiano si è accompagnato ad uno molto, molto più consistente dei consumi. Se i prezzi crescono nonostante una domanda modesta, la teoria economica e l’evidenza empirica ci avvertono che nella struttura dell’offerta esistono inefficienze e forme di rendita dovute a mercati a concorrenza imperfetta , monopoli o oligopoli protetti da bardature amministrative che a sua volta deprimono la domanda di consumo.

Variazione % media annua dei prezzi e dei consumi nel periodo 2000-2010.Elaborazione su dati EUROSTAT.

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Nei settori dove ci sono barriere all’entrata di natura giuridica, monopoli naturali, oligopoli come nei trasporti, energia, professioni liberali, assicurazioni, servizi finanziari, servizi pubblici locali, nel decennio 2000-2010, si sono registrate variazioni dei prezzi anche molto più alte (fino a due volte e mezzo) rispetto consumi più contenuti o in decrescita.

Variazione media annua dei prezzi e dei consumi. Elaborazione su dati di fonte ISTAT

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Più in dettaglio, ad esempio, rispetto un aumento cumulato dell’indice generale pari a circa il 24% , i prezzi dei servizi finanziari e assicurativi sono cresciuti del 55%, le tariffe dei pessimi servizi ferroviari locali sono cresciute del 44%, dell’acqua, oltre il 55%, dei taxi il 35,4%, le professioni liberali il 29,6%, ecc. ecc.

Variazione media annua dei prezzi . Elaborazione su dati di fonte ISTAT

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Al contrario e come controprova i dati ISTAT mostrano che in Italia dove i mercati sono stati liberalizzati (nella telefonia con il passaggio da una gestione monopolistica del settore ad una concorrenziale), sono stati riorganizzati (farmaci equivalenti), sono fortemente concorrenziali con prodotti ad alto sviluppo tecnologico (ICT), il forte incremento dei consumi e della domanda si è determinato proprio grazie ai prezzi in ribasso .

Non solo , ma il trend positivo di consumo in questi mercati, come mostra la tavola sottostante, si è mantenuto , proprio grazie e insieme ai prezzi in ribasso , anche nel periodo 2007-2010 di recessione .

Variazione media annua dei prezzi e dei consumi. Elaborazione su dati di fonte ISTAT.

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Liberalizzare è uno stimolo per aumentare la competizione, l’innovazione, la qualità dei servizi e ridurre i prezzi. Per produrre benefici per i cittadini.

Due esempi di cosa si sta discutendo in Parlamento in materia di liberalizzazioni:

1)Dare la possibilità anche alle parafarmacie di vendere i farmaci di fascia C in concorrenza con le farmacie “tradizionali”.

2) Consentire a società come Uber di fornire servizi taxi di trasporto automobilistico privato , in concorrenza con i taxi tradizionali , attraverso l’applicazione del software mobile che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti

 

 

Fonti energetiche rinnovabili : stato dell’arte 2014

Per l’Italia la Direttiva 2009/28/CE del Parlamento Europeo fissa per il 2020 l’ obiettivo di soddisfare con energia da Fonti Rinnovabili il 17% dei consumi finali lordi .

Il GSE , Gestore dei Servizi Energetici , società a totale capitale pubblico detenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico, è lo strumento cui è affidato il compito , per l’ attuazione della direttiva , di   supportare le Istituzioni attraverso l’erogazione di servizi specialistici in campo energetico , la gestione dei meccanismi di incentivazione degli impianti a fonti rinnovabili , la loro certificazione tecnico-ingegneristica , il ritiro commerciale e la vendita dell’energia sul mercato da questi prodotta e immessa in rete , l’ attività di informazione e formazione rivolta agli operatori del settore e ai cittadini per diffondere la cultura dell’uso dell’energia sostenibile.

Al GSE è affidato anche il compito della rilevazione e la trasmissione alla Commissione europea dei dati statistici ufficiali per il monitoraggio della applicazione della direttiva .

Relativamente al 2014 sul sito del GSE è stato pubblicato il Rapporto Statistico Energie da Fonti rinnovabili che fornisce il quadro dello “stato dell’arte “ nel nostro paese relativamente al settore elettrico , del calore , dei trasporti .

Nel 2014 la quota dei consumi finali lordi di energia coperta da fonti rinnovabili è stata pari al 17,1 % ( 16,7% nel 2013) , un valore superiore al target assegnato all’Italia dalla Direttiva Europea per il 2020 (17%) , raggiunto in anticipo di sei anni e non distante dall’obiettivo individuato dalla Strategia Energetica Nazionale (19-20%).

Secondo l’American Council for an Energy-Efficient Economy, poi , un’importante organizzazione non-profit americana, l’Italia eccelle anche per efficienza energetica. Nel suo rapporto , uno studio sulle sedici maggiori economie mondiali, l’Italia si classifica seconda, dietro la Germania .Tuttavia sottolinea il rapporto del GSE “ Ovviamente la possibilità di mantenere la quota dei consumi finali coperta da rinnovabili su tali livelli dipenderà, oltre che dalla performance delle FER stesse nei prossimi anni, anche dall’andamento dei consumi energetici totali dopo anni di decrescita causata principalmente dalla congiuntura economica negativa .”

A livello regionale e provinciale lo studio fornisce dati per il solo settore Elettrico relativamente alla produzione lorda :

  • da fonte solare (con tecnologia fotovoltaica);
  • da fonte eolica ;
  • da fonte idraulica ;
  • da bioenergie ( biomasse solide , biogas , bioliquidi , frazione biodegradabile dei rifiuti);

La tavola sottostante mostra i dati sulle produzioni di energia elettrica con le diverse fonti rinnovabili   nelle province della regione Emilia Romagna e l’Italia. La provincia di Ravenna si distingue , tra tutte le altre , per la maggiore potenza installata e la maggiore produzione e con il rapporto produzione-consumi totali civili e produttivi pari al 52,2% secondo a quello di Piacenza , 64,4% .

Energia Elettrica da fonte rinnovabile distribuzione provinciale della potenza a fine 2014 , della produzione ( fonte rapporto GSE) e dei consumi ( fonte TERNA)

fonti rinnovabili 2014

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Il Piano Nazionale della portualità e le autostrade del mare , ovvero come coniugare ecologia ed economia

Il Piano Strategico Nazionale della Portualità e della Logistica , approvato dal Consiglio dei Ministri del 6 agosto dell’anno scorso , ha messo in evidenza le debolezze e le inefficienze del sistema portuale italiano , causati in primis , ma non solo ( la burocrazia sulle attività di controllo e di verifica della merce e sui dragaggi dei fondali , le varie problematiche dei servizi portuali ecc. ) , dall’ individualismo portuale e da una conseguente   programmazione locale spesso priva di riferimento con le vere esigenze del mercato e deresponsabilizzata sul piano degli effettivi ritorni degli investimenti non adeguatamente giustificati da valutazioni tecnico-economiche oggettive e di livello adeguato.

Investimenti spesso privi di copertura finanziaria o bloccati dalle lungaggini burocratiche , oppure che hanno aggravato la situazione di overcapacity presente in molte realtà portuali.

Tali inefficienze hanno portato alla perdita di competitività e di quote di mercato nei confronti dei sistemi portuali del nord Europa e del sud del mediterraneo .

Ma tra le opportunità , nell’ambito di una forte guida nazionale , il Piano ha individuato per i porti italiani lo sviluppo dei traffici in modalità Ro-Ro sia a livello di collegamenti internazionali sia nazionali di cabotaggio .

Come è noto Ro-Ro è l’acronimo che sta per Roll-on/roll-off ( salire/scendere) termine per indicare una nave-traghetto per il trasporto con modalità di imbarco e sbarco di autocarri , carri ferroviari e di carichi, disposti su pianali o in contenitori, caricati e scaricati per mezzo di veicoli dotati di ruote e senza ausilio di mezzi meccanici esterni come le gru. Si tende , poi , a comprendere nel termine anche il trasporto di contenitori , dai porti tipo spoke a quelli hub di “transhipment” che collegano un continente all’altro.

A livello di traffico internazionale il piano indica la possibilità per i porti italiani di costituire un nuovo gateway di ingresso da Sud per le merci con origine/destinazione i Paesi/regioni dell’Europa continentale , orientale e dei Balcani e delle economie della sponda Sud occidentale ed orientale del Mediterraneo .

In effetti nonostante il generale rallentamento dell’economia negli ultimi anni, con conseguente calo dei traffici le direttrici di trasporto Ro-Ro ad esempio dai porti del nord adriatico hanno saputo mantenere comunque livelli di traffico sostenuti . Non a caso i dati ISTAT sull’export via mare verso i paesi extra UE dell’Italia nord orientale , dopo il calo del 2009 , sono tornati a crescere con una variazione al 2014 rispetto il 2007 del 13,4%( grafico sottostante) .

exp nord est via mare

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Anche la strategia europea delineata nel LIBRO BIANCO SUI TRASPORTI 2011 – Comunicazione n.144, marzo 2011 afferma che : “ L’Europa ha bisogno di una rete essenziale articolata su corridoi in grado di sostenere, in modo altamente efficiente e poco inquinante, volumi elevati di traffico di merci e passeggeri’’. Così per percorrenze superiori ai 300 Km, entro il 2030, la strategia europea si propone di trasferire il 30% del trasporto di merci su strada verso altri modi di trasporto più efficienti sotto il profilo energetico ( 50% entro il 2050 ) .Le autostrade del mare costituiscono la dimensione marittima di questa rete essenziale.

Anche i dati relativi al traffico totale interno di merci contenuti nel periodico Conto nazionale delle infrastrutture e dei trasporti mostrano che se tra il 2008 e il 2014 le tonnellate-kilometro complessive di tutti i modi di trasporto si sono ridotte , per effetto della crisi , di quasi il 20% , con punte più elevate per ferrovie ( -22,8%) e autotrasporto ( -27,2%) , la navigazione marittima di cabotaggio è rimasta sostanzialmente stabile ( +2,2%) .

Uno studio dell’ISTAT dell’aprile del 2014 ha mostrato che persistono potenzialità di ulteriore spostamento di flussi di traffico su strada verso le Autostrade del Mare

Nel periodo 2010-2012 ISTAT ha rilevato una minore incidenza del servizio nazionale di trasporto merci su strada rispetto al servizio di trasporto marittimo in cabotaggio e che persistono le potenzialità di ulteriore spostamento di flussi di traffico su strada verso le autostrade del mare.

Insomma il trasporto merci via mare in modalità ro-ro sia in cabotaggio che su linee internazionali è in forte sviluppo come alternativa al tutto-strada sui lunghi percorsi sia per effetto della congestione della viabilità che per la politica europea e nazionale.

Tra l’altro la sua forza è rappresentata dalla forte presenza di operatori nazionali ( la flotta italiana è la più consistente al mondo , fonte Confitarma ) , oltre che offrire significativi vantaggi, sia di carattere economico, sia di tipo operativo, in quanto si caratterizza ( Porti e logistica studio CDP maggio 2012) per :

  • una significativa flessibilità nella capacità di trasporto e nella determinazione del mix di carico, potendo imbarcare carichi unitizzati, auto, rimorchi, passeggeri (in questo caso impiegando le c.d. navi Ro-Pax);
  • la velocità delle operazioni commerciali di carico/scarico, stivaggio e ormeggio;
  • un’elevata capacità di integrazione con altri sistemi di trasporto;
  • la necessità di minori impianti di supporto, essendo in grado di operare, ad esempio, anche in presenza di bassi fondali o in assenza di mezzi di sollevamento.

Così il Piano ipotizza “ una crescita che porterebbe a un traffico Ro-Ro al 2020 compreso tra 85,7 e 90,8 milioni di tonnellate/anno, con una variazione tra +10,8 e +16 milioni di tonnellate/anno rispetto al 2014 “ .

In particolare “ci si attende una crescita per i porti dell’adriatico, sia per recupero di traffici diminuiti per effetto della crisi economica, sia per dinamismo negli investimenti di alcuni porti di riferimento nell’area (Trieste, Venezia, Brindisi ). D’altra parte, in accordo con le azioni di Piano, saranno premiati i porti che meglio saranno in grado di integrarsi in progetti “di filiera” e che sapranno far fronte per primi alle carenze infrastrutturali di settore “.

 

 

Mercato del lavoro italiano

Su “La Repubblica” del 10 gennaio 2016 un lettore, a proposito dei rapporti pubblicati da ISTAT ed EUROSTAT sul mercato del lavoro italiano, a suo dire contrastanti, chiedeva: a chi dobbiamo credere?
A tutti e due perché i dati sono gli stessi, li produce ISTAT, adottando una metologia definita dai Regolamenti approvati dall’Unione Europea predisposti da EUROSTAT e alla cui preparazione ha partecipato la stessa ISTAT insieme agli altri 27 Istituti di Statistica Nazionali.
Secondo tempi e scadenze ben definiti, i dati sul Mercato del lavoro dei paesi dell’Unione Europea sono quindi inviati all’Istituto di statistica centrale che, a sua volta, li fornisce alla Commissione e al Parlamento Europei per eventualmente le scelte politiche del caso e la loro pubblicazione.
Provare a consultare il DATAWAREHOUSE ( in http://dati.istat.it/ sezione Lavoro e in http://ec.europa.eu/eurostat/data/statistics-a-z/abc sezione Labour Force Survey ) dei due istituti per credere.
L’apparente contraddizione deriva dalle due diverse prospettive con cui sono stati presentati gli stessi dati e che non sempre si ha l’accortezza di capire :
1. ISTAT ha messo in evidenza che in Italia, i dati dei primi nove mesi del 2015 mostrano un miglioramento del mercato del lavoro rispetto l’analogo periodo del 2014.
2. EUROSTAT ha messo in evidenza che questo miglioramento sta avvenendo ad un ritmo decisamente inferiore a quello degli altri paesi dell’UNIONE EUROPEA.
Il fatto centrale è che il nostro paese già strutturalmente fragile, rispetto agli anni precedenti le due crisi (dei mutui subprime e dei debiti sovrani) degli anni 2007-2014, sta migliorando, ma recuperando a ritmo lento e non sta bene.

Crisi banche

Il Governo e la Banca d’Italia hanno dato soluzione alla crisi di quattro banche in amministrazione straordinaria. Tra queste CARIFE, la Cassa di Risparmio di Ferrara.
La liquidazione coatta amministrativa della banca in alternativa alla soluzione adottata, non avrebbe assicurato la continuità delle sue funzioni essenziali perchè, ad esempio, alle piccole imprese si sarebbe dovuto chiedere il rientro immediato dei prestiti loro concessi: nel 2012 due miliardi di euro (il 22,5% del valore aggiunto totale prodotto dalla economia ferrarese), provocando danni ingentissimi.
In un territorio già in sofferenza che, tra tutte le provincie della regione EMIILIA ROMAGNA, più ha pagato il lungo periodo della crisi: tra il 2007 e 2014 sono stati pesanti i crolli del valore aggiunto (-16,1% rispetto il 6,6% di quelli regionale e -8,3% nazionale ), della produzione industriale (-25,1% vs 19% e 22%), dell’occupazione (-11,5% vs -2,1% e -4,1%), di aumento della incidenza delle sofferenze bancarie sugli impieghi (+8,2 vs +6,6 e +5,7) e del tasso di disoccupazione (+9,9 vs +4,5 e +6,6).
I dati statistici, cioè, mostrano un quadro economico sociale ancora peggiore della media nazionale (tavola sottostante).

crisi ferrara

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