La situazione economico-sociale del paese è migliorata o peggiorata con i Governi Renzi e Gentiloni

E’ tempo di elezioni e di bilanci : nella legislatura , appena terminata , la situazione economico-sociale è migliorata o peggiorata ? E cioè , rispetto al 2013 da quando nel febbraio 2014 è entrato in funzione il governo Renzi e rispetto al 2007/2008, prima cioè del lungo periodo della doppia crisi economica ( la prima provocata dallo scoppio della bolla finanziaria americana , la seconda dalla crisi greca e dei debiti pubblici nell’area euro con la comparsa dello spred) .
Per poter dare una risposta oggettiva non si può far ricorso che , ovviamente ( a cosa altro , altrimenti ? ) alle statistiche perché , se utilizzati correttamente , “ i numeri non mentono mai , a differenza degli umani “ . Così con l’aiuto dei dati di ISTAT (l’Istituto centrale di statistica italiano ) , di Banca d’Italia , di EUROSTAT ( l’Istituto di statistica dell’Unione Eu-ropea ) , dell’OCSE ( l’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico dei paesi più sviluppati ) cosa emerge ?
Il confronto viene effettuato tra la media dei primi tre trimestri del 2007 con quella del 2013 e tra quest’ultima e quella del 2017 .
1. Il Prodotto interno lordo ( il reddito del paese ) è diminuito dell’8,7% , tra il 2007 e 2013 mentre è aumentato del 3,5% tra il 2013 e il 2017 , un recupero parziale ma significativo soprattutto perchè crescente , dal +0,1% del 2014 al +1,5% del 2017.
2. Il totale degli occupati è diminuito tra il 2007 e il 2013 del -2,9% e nel 2017 è aumentato del 3,7% . Tuttavia le ore lavorate diminuite nel primo periodo dell’8,8% sono state parzialmente recuperate con il 3,9% in più nel secondo ( parallelamente alla dinamica del PIL) . Non a caso così è aumentata l’incidenza degli occupati a orario parziale sul totale passati dal 13,5% del 2007 al 17,8% del 2013 al 18,8% del 2017. L’orario ridotto è stato anche imposto ad una parte crescente di costoro , essendo stato involontario per il 38,1% nel 2007 aumentato al 61% nel 2013 , poi rimasto stabile al 60,8% nel 2017. Forte è stato l’aumento del tasso di disoccupazione passato dal 5,9% nel 2007 al 12% nel 2013. Ma è ancora ad un livello elevato , seppure inferiore , nel 2017 : 11,2%.
3. Anche il reddito delle famiglie si è fortemente ridotto negli anni della crisi del 10,8% recuperato solo in parte tra il 2013 e il 2017 con una crescita del 3,8%. In conseguenza si sono ridotti i consumi per il -7,7% con un recupero del 5,2% tra il 2013 e il 2017. Per quanto riguarda la povertà assoluta ( una famiglia è ritenuta povera quando non ha le risorse per una spesa in consumi costituita da un paniere di beni ritenuti essenziali per una vita dignitosa ) gli individui in queste condizioni sono aumentati tra il 2007 e il 2013 dal 3,1% al 7,3% della popolazione e , in deciso rallentamento , al 7,9% nel 2016. Tuttavia va considerato che a partire dell’anno in corso diventa operativo il reddito di inserimento a sostegno delle famiglie in povertà e che , secondo l’ISTAT , le principali politiche redistributive del periodo 2014-2016 (bonus di 80 euro, aumento della quattordicesima per i pensionati e sostegno di inclusione attiva), operate dal governo hanno aumentato l’equità della distribuzione dei redditi disponibili nel 2016 (l’indice di Gini , che misura l’equità nella distribuzione del reddito , è passato dal 30,4 al 30,1) e ridotto il rischio di povertà (dal 19,2% al 18,4% della popolazione) . Si è verificato un miglioramento seppure modesto .
4. Un ultimo dato riguardo al debito pubblico dell’Italia , uno dei più alti del mondo : in rapporto al PIL dal 102,7% nel 2007 è aumentato al128,6% nel 2013 e al 134,3% nel 2017 , rallentando decisamente la crescita .
In conclusione a parere di chi scrive la situazione economico-sociale del paese è migliorata ma , come è stato giustamente detto , l’Italia seppure in ripresa , non sta ancora affatto bene.
Rimettere in sesto la baracca è una gara dura perché l’economia italiana soffre di debolezze strutturali che si porta dietro da decenni . La tremenda crisi ha dato un colpo terribile ad un organismo già debilitato.
Ad esempio , è significativo che , il differenziale della variazione del PIL dell’Italia rispetto all’aggregato di quello degli altri tre più importanti paesi europei , Germania,Francia e Spagna , ad eccezione del periodo 1960-1980 quando era positivo di 0,4 punti % , in seguito sia stato sempre negativo, dell’1,2% nel periodo 1990-1998 ,( prima dell’Euro ) , dello 0,8% ( nel periodo 1999-2007) , differenziale aumentato , negli anni della doppia crisi dei mutui subprime e dei debiti sovrani al meno1,5% . Sul versante dell’occupazione , analogamente , l’Italia da sempre ha sofferto di un tasso nettamente inferiore a quello degli altri paesi come Francia e Germania .
Prendendo in considerazione gli ultimi 25 anni , un periodo di cambiamenti epocali , perchè il declino e la crisi ? : il mondo , appunto , cambiava ma l’Italia non se ne accorgeva .Il mondo cambiava per due ragioni. La prima è che mutava la tecnologia dominante: dall’elettricità, che aveva prevalso per un secolo, alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict). La seconda è che, conseguentemente, partiva una nuova ondata di globalizzazione delle società e dei mercati, che vedeva protagonisti i paesi emergenti, in particolare la Cina. L’Italia non approfittava né dell’uno né dell’altro fenomeno, perché la sua struttura produttiva si era, da lungo tempo, frammentata ( ricordate la retorica de il piccolo è bello ) Tante piccole imprese non potevano essere capaci di trarre tutti i frutti di innovazione e di produttività offerti dalle nuove tecnologie e dall’avventurarsi su mercati lontani.

L’occupazione dipendente a Ravenna è cresciuta nel primo semestre 2016

Il Settore Formazione, Lavoro, Istruzione e Politiche Sociali della Provincia di Ravenna in collaborazione con Servizio Statistica pubblica mensilmente un report sul Mercato del lavoro locale . L’elaborazione si basa su un modello di lettura del mercato del lavoro messo a punto dal Servizio Statistico che consiste nel ricostruire la serie storica di stock dell’occupazione dipendente nelle imprese dei settori privati extragricoli attraverso l’aggiornamento mensile di quello   rilevato dai Censimenti dell’industria e servizi dell’ISTAT ( ottobre 2001) con i dati di flusso di tutti i movimenti (saldo avviamenti-cessazioni, comprese proroghe, trasformazioni) derivanti dalle comunicazioni obbligatorie ai Centri per l’impiego effettuate da parte delle imprese che hanno sede in provincia di Ravenna. Attraverso questi elaborati in un precedente report si sono verificati gli effetti , nel 2015 , sul mercato del lavoro dipendente ravennate dei provvedimenti promossi dal Governo Renzi per incentivare la crescita dell’occupazione con i forti sgravi contributivi per assunzioni a tempo indeterminato e con il ( Jobs act) in particolare in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e di costi di licenziamento.

In quel report , così , si era messo in rilievo che , seppure fino ad aprile 2015 la variazione fosse stata negativa , forte e crescente era stata , nei restanti mesi dell’anno , la crescita delle forme contrattuali permanenti , in particolare del lavoro a tempo indeterminato standard ( 1500 occupati in più come media mensile ) a sfavore del contratto a tempo determinato standard ( oltre 1200 occupati in meno ) e dei contratti in somminitrazione a tempo indeterminato ( +80 ) .Si erano , poi , fortemente ridimensionati i contratti atipici (-43,2% le assunzioni del 2015 rispetto quelle del 2014 ) e , grazie alle forme rafforzate di controllo sugli abusi , anche i contratti intermittenti ( -343 in media mensile nel secondo semestre 2015 ).

L’OCCUPAZIONE NEL PRIMO SEMESTRE 2016

Il grafico sottostante mostra , nei mesi del primo semestre 2016 , che la variazione % dell’occupazione dipendente è stata sempre positiva , più per i maschi ( +2,4% in media mensile ) , che per le femmine (+1,7%) mentre al contrario nel primo semestre 2015 era stata negativa per entrambi i sessi : -1,2% per i maschi -1,7% per le femmine.

Grafico 1

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Rispetto i macrosettori economici , in edilizia , dove la variazione della occupazione era tornata positiva nel mese di dicembre 2015 ( +0,6%) , nei primi sei mesi del 2016 è tornata progressivamente a contrarsi ( -3% in media mensile del periodo ) . Al contrario molto positivi i dati dell’industria e del terziario : +2,3% e +2,6% rispettivamente.

Grafico 2

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Più forte l’incremento nel 2016 degli occupati stranieri ( +3,2% in media mensile ) rispetto gli italiani ( +1,6%).Ma l’occupazione dei primi , che sono il 14% degli occupati totali , si era ridotta in misura doppia ( -1,6% rispetto -0,8% nei primi dieci mesi del 2015 ) rispetto quella degli italiani. Il grado di flessibilità del lavoro degli stranieri , quindi, si è dimostrato superiore .

Grafico 3

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A riprova della ripresa economica ancora debole anche a Ravenna , ci sono i dati sulla variazione degli occupati secondo l’orario di lavoro : come nel 2015 , è stata più alta per il tempo parziale ( +4% la media mensile del primo semestre 2016 ) del tempo pieno (+1%).

Grafico 4

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Anche la legge di stabilità 2016 ha previsto un incentivo contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato che è , però , di gran lunga ridotto rispetto a quello vigente nel 2015 ( che era di riduzione totale dei contributi sociali fino ad un massimo di 8060 euro annuali e per tre anni ).

  • Ora non sono più per tre anni, ma solo per due
  • l’esonero dal versamento scende al 40% dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro
  • il limite massimo di esonero è ridotto a 3.250 euro su base annua.

Come mostra il grafico sottostante , la riduzione dell’incentivo sembre aver determinato la progressiva riduzione dell’aumento degli occupati a tempo indeterminato che, dalle oltre 4000 unità di gennaio , a giugno sono state 2200 ..

Grafico 5

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Anche il contratto di somministrazione ( o interinale o in affitto ) a tempo indeterminato, che beneficia della stessa incentivazione , pare avere registrato la stessa tendenza di quella del contratto standard descritta nel grafico precedente.

Grafico 6

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IL CONTRATTO DI APPRENDISTATO

Il grafico 7 sottostante mostra l’andamento degli occupati con contratto di apprendistato nei mesi dal gennaio 2014 a giugno 2016. Il periodo negativo di contrazione dei primi mesi del 2014 è seguito da uno positivo nel resto dell’anno che poi tende ad esaurirsi nel 2015. E’ probabile che la spinta positiva sia dovuta al provvedimento promosso dal Governo Renzi ( legge 16 maggio 2014, n. 78) che ha   semplificato gli adempimenti a carico delle imprese in materia di apprendistato. Il suo esurirsi può essere dovuto all’incentivazione in vigore dal 1 gennaio 2015 del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti   che lo avrebbe fatto preferire a quello di apprendistato diventato meno conveniente. Da gennaio 2016 si verifica , invece , ( come mostra il grafico sottostante ) la ripresa degli occupati con questo contratto , probabilmente dovuta all’effetto combinato della riduzione dell’incentivo per le assunzioni con contratto a tempo indeterminato insieme alla nuova serie di incentivi ( che si aggiungono ai pre esistenti ) previsti dal decreto attuativo del Jobs Act (articolo n. 32 DL 150/2015 di riordino delle politiche attive del lavoro) per i datori di lavoro che stipulino , tra il 24 settembre 2015 e il 31 dicembre 2016 , il contratto di apprendistato:

Grafico 7

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IL CONTRATTO DI COLLABORAZIONE CONTINUATIVA A PROGETTO E L’ ASSOCIAZIONE IN PARTECIPAZIONE

Il decreto attuativo n. 81/2015 sul Codice dei Contratti in attuazione del Jobs Act prevede una normativa più stringente rispetto il decreto legislativo 276 del 2003 ( attuazione cosidetta legge BIAGI ) e la riforma Fornero , :

  1. Dal 1° primo gennaio 2016, tutti i contratti a progetto dovranno essere trasformati in contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti, nel caso in cui si tratti di “prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative, di contenuto ripetitivo e le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”. La trasformazione scatta anche se si verifica una sola di queste modalità.
  2. Nel periodo compreso fra l’entrata in vigore del decreto e il 31 dicembre 2015, i datori di lavoro privati che procedano alla assunzione con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato di soggetti già parti di contratti di collaborazione coordinata e continuativa anche a progetto e di persone titolari di partita IVA, godono dell’ estinzione delle violazioni previste dalle disposizioni in materia di obblighi contributivi, assicurativi e fiscali connessi alla eventuale erronea qualificazione del rapporto di lavoro pregresso.

Ancosa più stringente la modifica delle norme previgenti in materia di contratto di associazione in partecipazione.

Così il grafico 8 mostra che dall’inizio del 2015 e fino a giugno 2016 le assunzioni con queste tipologie contrattuali si sono ridotte di molte volte.

Grafico 8

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IL LAVORO INTERMITTENTE

Si riportano alcuni passi del’intervento “ Il lavoro intermittente e la riforma Fornero “ febbraio 2013 in http://www.provincia.ra.it/Argomenti/Statistica-Studi-e-Ricerche :

“ Come è noto il contratto di lavoro intermittente è stato introdotto dalla legge 30 del 2003 (cosiddetta legge Biagi ) e regolato dal decreto legislativo 276/2003. Si tratta di un contratto di lavoro subordinato con il quale il lavoratore si mette a disposizione del datore di lavoro per svolgere prestazioni di carattere discontinuo od intermittente, individuate dalla contrattazione collettiva nazionale o territoriale

In provincia di Ravenna dal 2005 al 2011 il numero di avviamenti di questo rapporto di lavoro è stato intenso. Nel 2011 il numero di avviamenti, pari ad oltre 19.000 unità, superava di oltre 10 volte quello del 2005. Oltre i tre quarti hanno riguardato i settori di alloggio, ristorazione attività culturali, sportive, di intrattenimento.”

La riforma Fornero del mercato del lavoro ( legge 28 giugno 2012, n. 92 )  ha disciplinato – con carattere innovativo – le particolari modalità sull’uso di questa prestazione lavorativa, con l’intento di arginarne i possibili abusi.  L’articolo 1 comma 21 della legge le nuove regole : “….., a partire dal 18 luglio 2012 prescrivono alla impresa un nuovo adempimento, l obbligo di comunicare alla Direzione territoriale del lavoro i dati identificativi del lavoratore e il giorno o i giorni in cui lo stesso è occupato nell’ambito di un periodo non superiore ai 30 giorni dalla comunicazione e ciò al fine di precludere forme di impiego irregolari, forme di lavoro nero di varia intensità, schermate con il contratto di lavoro interinale (ad esempio evasione contributiva mediante minori ore di quelle effettive dichiarate all’INPS). “ A Ravenna ( come altrove ) le nuove regole sembravano avere già agito da deterrente degli abusi se è vero che , nei mesi successivi al 18 luglio, si era verificata una forte riduzione degli avviamenti di questa tipologia contrattuale e, se è vero che, al contempo, oltre la metà dei lavoratori “intermittenti” licenziati era stata riassunta presso la stessa impresa, ma con altro rapporto di lavoro (a tempo determinato e indeterminato in gran parte a tempo parziale .

La Riforma dei Contratti contenuta nel decreto applicativo del Jobs Act non ha previsto variazioni rispetto alla precedente normativa ribadendo le modalità di comunicazione alla Direzione del Lavoro dell’utilizzo della prestazione lavorativa che può essere eseguita via fax, tramite posta elettronica oppure via sms. E’ possibile che questa “insistenza” sia la causa dell’ulteriore riduzione del ricorso a questa tipologia contrattuale anche nel 2016.

 

Grafico 9

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CONCLUSIONI

Nonostante l’andamento della economia non sia esaltante , anche nei primi sei mesi del 2016 , come nel resto d’Italia ,prosegue l’incremento dell’occupazione dipendente in provincia di Ravenna.

Dal punto di vista della qualità del lavoro , è vero , però , che è in rallentamento la crescita degli occupati a tempo indeterminato e cresce molto più il tempo parziale ( quanto è quello involontario ?) rispetto il tempo pieno .

Gender Gap Report : l’Italia migliora e con il Jobs Act e la ripresa economica potrà migliorare ancora

Il Global Gender Gap Report , del World Economic Forum ( Fondazione senza fini di lucro con sede a Ginevra ) , che misura i differenziali di genere rispetto all’accesso alle risorse e alle opportunità, collocava l’Italia al 77 esimo posto nel 2006 , 80° posto nel 2012 , con un peggioramento dal 74° nel 2010, e dal 67° nel 2008 .Invece nel report 2015 su 145 nazioni l’Italia ha fatto un balzo in avanti collocandosi alla 41esima posizione.

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Merito indiscusso della scalata va alla politica ( pensate un po’). Nel sottoindice che prende in considerazione la partecipazione delle donne alla vita politica italiana, siamo passati infatti dal 37esimo posto al 24esimo. In questo caso conta la percentuale di donne in Parlamento (31,4%, la decima in Europa) e la percentuale di ministre (50% se si tiene conto del governo presentato da Matteo Renzi nel febbraio 2014, anno a cui fa riferimento il report). Per quanto riguarda gli altri sottoindici non si registrano miglioramenti di graduatoria anche se in termini di punteggio il sottoindice partecipazione e opportunità in ambito economico registra un aumento da 0,527 del 2006 a 0,603 nel 2015.

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Sembra si possa far derivare questo miglioramento dagli effetti della legge Golfo-Moscale che ha imposto le quote di genere nei cda delle grandi aziende . Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Commissione europea a gennaio 2015 (Database on women and men in decision making) in Europa la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle maggiori imprese quotate è in media circa il 20,2 per cento. Rispetto al 2010,quando la stessa percentuale si assestava all’11,9 per cento, l’aumento è stato significativo. Le differenze tra paesi sono tuttavia molto marcate: mentre in Francia, Finlandia o Svezia si supera il 25 per cento, in paesi come l’Irlanda o il Portogallo le donne non arrivano al 10 per cento del totale dei consiglieri. L’unico stato, sia pur al di fuori dell’Unione europea, che arriva al 40 per cento è la Norvegia, paese pioniere nell’introduzione di quote di genere, seguita, nell’adozione di questa misura, più recentemente, da Italia ( 19,6%) e Francia(20%). Il modello italiano sta diventando un esempio in Europa. Le prime valutazione degli effetti della legge Golfo-Mosca, effettuate dal progettoWomen mean business and economic growth, in corso presso il dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri inpartnership con l’Università Bocconi, mostrano che non solo il numero di donne in posizioni di vertice è aumentato, ma anche la governance delle società è migliorata.

Andrebbe considerato poi il Jobs act i cui effetti non sono registrabili perché i dati con cui è stato elaborato il report 2015 sono quelli del 2014.

Infatti uno dei decreti attuativi del Jobs act ( emanato nel febbraio 2015 ) contiene varie misure per la tutela della maternità e per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro

Il primo obiettivo riguarda l’estensione della possibilità di utilizzo del congedo parentale fino ai 12 anni del bambino dagli 8 attuali e di quello parzialmente retribuito dagli attuali 3 anni ai 6 anni

Il secondo punto importante del decreto è quello di estendere le tutele ai lavoratori autonomi, equparandoli ai lavoratori dipendenti, e di attribuire ai lavoratori e alle lavoratrici iscritte alla gestione separata il diritto alla indennità di maternità anche quando il datore di lavoro non abbia versato i contributi: la tutela della maternità (o della paternità) rimane ancorata al rapporto di lavoro e le indennità sono corrisposte alle madri (o ai padri) in quanto lavoratori con figli.

Il terzo punto riguarda i benefici per le imprese che ricorrono al telelavoro per esigenze di cure parentali da parte dei lavoratori. Questi incentivi sono importanti per molte ragioni. Un’organizzazione del lavoro troppo rigida comporta infatti una penalizzazione delle carriere

delle donne che si vedono costrette a uscire dal mercato o a scegliere lavori meno qualificati o precari, pur di avere gradi di flessibilità che permettano la cura dei figli o degli anziani in famiglia. Ricordiamo che in Italia una madre su quattro a distanza di due anni dalla nascita del

figlio non ha più un lavoro, un dato stabile nel tempo. Claudia Goldin in un recente contributo sottolinea come siano proprio la struttura del mercato del lavoro e la tendenza in molte professioni, specialmente quelle più remunerative, di continuare a premiare le lunghe ore in ufficio ad alimentare e mantenere forti i divari salariali di genere.

Infine, il decreto introduce per la prima volta una norma che riguarda il congedo per le donne vittime di violenza di genere e inserite in percorsi di protezione. Il decreto prevede la possibilità di astenersi dal lavoro, per un massimo di tre mesi, per motivi legati a tali percorsi, garantendo l’intera retribuzione, le ferie e il diritto di trasformare, se richiesto dalla lavoratrice, il rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale. Queste possibilità riconoscono come la violenza di genere produca non solo danni psicologici e fisici, ma come abbia anche un potenziale impatto negativo sull’esperienza di lavoro e sui guadagni delle vittime.

 

La salute e la sanità in Italia , in Emilia Romagna e a Ravenna ( parte seconda )

Recentemente , sui media si è appreso che , secondo il rapporto Osservasalute 2015“ Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle regioni italiane” in (www.osservasalute.it ) a cura dell’Istituto Superiore di Sanità e altri : “ Per la prima volta nella storia (almeno in quella delle rilevazioni statistiche), cala l’aspettativa di vita degli italiani. Chi è nato nel 2015 può aspettarsi di vivere, mediamente, 80,1 anni se maschio, 84,7 se femmina. E basta un anno a fare la differenza: i nati nel 2014 hanno davanti 80,3 anni se maschi, 85 se femmine “ ( La Repubblica 27 aprile 2016 ) . Non si può non osservare che , questi del 2015 , sono dati provvisori e quindi suscettibili di rettifica , ( come precisa il rapporto stesso ) , non è nota la fonte e/o la metodologia con i quali siano stati ottenuti ( i dati ISTAT sono fermi al 2014 ) , e che non è vero sia la prima volta ( come affermato dai media ) che è calata l’aspettativa di vita in Italia , dato che , in realtà , questo è già avvenuto per le femmine nel 2003 ( -0,42 anni ) e nel 2005 ( -0,05 anni) vedi http//: demo.istat.it in tavole di mortalità. Come hanno verificato diverse ricerche ( AUSL d i Ravenna , Dipartimento di Sanità pubblica , caldo e anziani . Mortalità in eccesso della popolazione anziana durante l’estate 2003. Il Progetto Argento a Modena ) il 2003 è stato l’anno della tremenda ondata estiva di calore che provocò un eccezionale surplus di decessi nelle persone anziane.

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Seppure non si possa fare a meno di sottolineare un certo eccesso di catastrofismo ( la presunta riduzione italiana di qualche mese è stata paragonata , addirittura , al crollo della vita in Russia di ben 5 anni , tra il 1988 e il 1994 , dopo la caduta del comunismo fonte OECD ,) è vero , tuttavia , che , ove confermati , questi dati potrebbero lanciare l’allarme sulla condizione della sanità , soprattutto in molte regioni meridionali ( ma non solo ) , dove la vita media è inferiore , la mortalità evitabile superiore ( l’indice della Campania rispetto quello dell’ Emilia Romagna , ad esempio , di quasi il 35% nei maschi , oltre il 26% per le femmine , nel 2013 ) , la stato della sanità e della vita , in questi anni di crisi , è stato ed è tuttora molto più precario. Ad esempio , “ nel 2013 nel Nord si osserva un valore della speranza di vita in buona salute di circa 5 anni superiore rispetto a quello del Mezzogiorno. Un nuovo nato nel 2013 al Nord, può contare di vivere almeno 61,3 anni di vita in buona salute se maschio e 58,8 se femmina, mentre nel Mezzogiorno gli anni si riducono rispettivamente a 56,3 per i maschi e a 54,6 per le femmine. Le differenze territoriali, già marcate negli anni precedenti, si sono acuite nel 2013. Infatti, i guadagni di anni di vita in buona salute hanno riguardato in misura minore il Mezzogiorno, sia per gli uomini che per le donne. In particolare le donne del Nord, con un trend sempre in aumento, in cinque anni guadagnano 2,9 anni in buona salute, poco più contenuto il guadagno delle donne del Centro (2,4), e degli uomini del Nord (2,5 anni), invece bassi e non significativi sono gli incrementi del Mezzogiorno “( ISTAT BES 2015).

sv regioni 8

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Così , come in tanti altri aspetti della società , l’economia , le istituzioni ecc. , è giusto mettere in evidenza che la media italiana anche nella sanità e nella salute è il risultato di performances molto differenti tra le regioni e , al loro interno , le stesse ASL .

Uno studio di qualche anno fa “LE DIFFERENZE REGIONALI NELLA GOVERNANCE DELLA SPESA SANITARIA WORKING PAPER n. 2 | 2011 “ a cura di CERM (www.cermlab.it/cerm/), con un modello econometrico, ha confrontato il grado di efficienza di spesa e di qualità dei sistemi sanitari delle Regioni italiane. Se tutte le Regioni si fossero posizionate sulla frontiera efficiente e avessero condiviso le stesse performance dell’Umbria , si sarebbero risparmiati oltre 12 miliardi di euro , equivalenti a circa lo 0,8% del Pil .

Così la ricerca , nel sommario , affermava: “I profondi gap di efficienza e di qualità tra Regioni hanno natura strutturale e trovano conferma impiegando metodologie di analisi diverse. Il Mezzogiorno è staccato dal resto d’Italia di ordini di grandezza che dimostrano l’urgenza delle riforme. Sono cinque le Regioni per le quali il gap di efficienza e di qualità risulta particolarmente acuto: Campania, Sicilia, Puglia, Calabria e Lazio. Per raggiungere il benchmark, la Campania dovrebbe ridurre la spesa di oltre il 33% e aumentare   la qualità di quasi il 90%. La Sicilia dovrebbe ridurre la spesa di oltre il 24% e aumentare la qualità anch’essa di quasi il 90%. La Puglia dovrebbe ridurre la spesa di quasi il 24% e aumentare la qualità di oltre il 96%. La Calabria dovrebbe ridurre la spesa di poco più 15% e aumentare la qualità di oltre il 132% (un più che raddoppio). Il Lazio, infine, dovrebbe ridurre la spesa di quasi il 13% e aumentare la qualità di oltre il 76% .”( tavola sottostante )

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Nell’ultimo rapporto 2015 CERM ha determinato l’output-gap come misura del grado di adeguatezza delle prestazioni sanitarie erogate nelle singole Regioni e da questo punto di vista nelle regioni meridionali si osservano ancora , allo stesso tempo, i livelli più alti di spesa inefficiente e le esigenze più forti di innalzamento dei livelli quantitativi ( da qui le liste di attesa ) e qualitativi delle prestazioni offerte. Infatti in quelle regioni che hanno accumulato nel tempo importanti livelli di debito e che per questo sono state sottoposte ai piani di rientro , le stime mostrano che questi hanno avuto successo nel centrare l’obiettivo del contenimento della spesa pubblica a scapito, però, dei livelli delle prestazioni offerte, che nelle Regioni interessate da questi programmi sono diminuite , portando a un deterioramento dei servizi.

Che dire , poi , del recente studio “ Transparency international Italia “https://www.transparency.it/ a cura di Censis, Ispe e Rissc dove si documenta , con numeri e tabelle , che «la sanità italiana è il terreno di scorribande da parte di delinquenti di ogni risma, per l’enorme giro di affari che ha intorno », come ha commentato il presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione Raffaele Cantone , in particolare nell’acquisto di beni e servizi e dove le liste d’attesa costringono in 2 milioni a pagare tangenti .

Su questi aspetti , in Emilia Romagna , invece , la Regione è corsa ai ripari , se è vero che :

  1. Qui opera , sin dal 2004 , INTERCENT-ER , Agenzia per lo sviluppo dei mercati telematici della Regione che ha il compito di ottimizzare, razionalizzare e semplificare la spesa per beni e servizi delle Pubbliche Amministrazioni del territorio regionale, attraverso la gestione di un sistema telematico di negoziazione (e-procurement), la centralizzazione degli acquisti, la standardizzazione della domanda e l’elaborazione di strategie di gara innovative. E’ la stazione appaltante per l’acquisto di beni e servizi cui le ASL sono tenute a rivolgersi obbligatoriamente . I risparmi documentati sono stati rilevanti.
  2. Più recentemente , poi , è stato attivato il Piano Regionale per la riduzione dei tempi delle liste di attesa ( delibera regionale luglio 2015 )   e di cui il Presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone ha chiesto informazioni. Un piano composto da diversi interventi, tra cui la riorganizzazione dei servizi e un nuovo tipo di programmazione, unito al reclutamento straordinario di 149 nuovi giovani professionisti . Nel 2015. , tutte le 42 prestazioni monitorate hanno superato la soglia del 90 per cento di rispetto dei tempi ( 30 giorni per le visite specialistiche , 60 per gli interventi e esami diagnostici ) , toccando complessivamente il 97 per cento.

Fine

A proposito di salute e sanità in Italia , Emilia Romagna e Ravenna ( parte prima)

La mortalità evitabile è un indicatore molto significativo basato sulle morti che intervengono prematuramente e dovute a cause che possono essere attivamente e efficaciemente contrastate dal sistema sanitario . Individua , cioè , la quota di decessi dovuti a cause contrastabili con strategie e interventi classificati in tre grandi categorie:

  1. prevenzione primaria , iniziative per lo più orientate agli stili di vita del singolo: lotta a tabagismo e alcolismo, educazione alla corretta alimentazione, sicurezza in casa e sul lavoro, e così via
  2. diagnosi precoce e terapia, con ricorso a strumenti efficaci per identificare e trattare tempestivamente malattie quali ad esempio i tumore della mammella dell’utero della donna , al retto , al colon.
  3. igiene e assistenza sanitaria , in particolare vaccinazioni, assistenza clinica, anche in termini di organizzazione e rapidità di intervento.

L’analisi quantitativa è limitata ai decessi avvenuti entro il 74° anno di vita secondo una accurata selezione delle cause di morte . La classificazione adottata è basata sulla principale letteratura scientifica italiana e internazionale e raccorda le singole cause codificate in ICD10 (International Classification of Diseases , classificazione internazionale delle malattie stilata dall’Organizzazione mondiale della sanità ) alle categorie sopra indicate..

L’indicatore della mortalità evitabile è quindi un rilevante indicatore di politica sanitaria, perché permette oggettivamente di segnalare le situazioni più a rischio, di studiare contromisure e di verificare, nel tempo, il successo delle politiche intraprese. In sostanza è una misura dell’efficacia del Sistema Sanitario.

Come ogni strumento questa lettura va utilizzata in modo appropriato . In particolare ricondurre una causa di morte ad una specifica politica , porta a trascurare l’impatto delle altre politiche. Ad esempio , se è pur vero che un miglioramento degli stili di vita riduce significativamente la probabilità di una ischemia cardiaca, una politica di diagnosi precoce degli stati di rischio e una buona organizzazione della rete di pronto soccorso, dall’altro, contribuiscono , incontestabilmente , al miglioramento delle probabilità di sopravvivenza in caso di infarto .

Si deve inoltre tenere presente che in molti casi le politiche di contrasto possono avere effetti sulla riduzione della mortalità dilazionati nel tempo. In particolare gli investimenti più rilevanti e di maggior ritorno atteso, cioè le politiche volte a migliorare gli stili di vita o di riduzione del rischio,hanno bisogno di decadi per sviluppare il loro potenziale.

Su fattori di rischio o di protezione della salute , inoltre , che , ad esempio , possono derivare dagli stili di vita ( alimentazione , sedentarietà, incidentalità stradale , ecc.) il sistema sanitario non può influire direttamente ma di concerto con altre istituzioni . La responsabilità di una ASL è, comunque , decisiva nel segnalare e coinvolgerle in politiche di contrasto e prevenzione

L’elaborazione dei dati sulla mortalità di fonte ISTAT relativi ai trienni , 2011-2013 , 2008 -2010 e 2000-2002 è a cura di NEBO RICERCHE PA , specializzata nei settori della ricerca sanitaria ed economica che ha partecipato , a suo tempo , anche alla redazione di “ ERA Epidemiologia e Ricerca Applicata Atlante 2007 Mortalità evitabile per genere e ASL “ finanziato dall’Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute .

I dati qui proposti sono relativi alla totalità delle ASL del paese , di quelle dell’Emilia Romagna e di quella di Ravenna : progressi nella riduzione della mortalità evitabile si è verificata ad ogni livello territoriale , in particolare:

  • I giorni di vita perduti pro capite per mortalità evitabile , per tutte le cause , sia in Emilia Romagna che nell’ASL di Ravenna si colloca , ad eccezione del primo triennio , su livelli inferiori alla media delle ASL italiane ( 17,9 giorni a Ravenna vs 19,7 in Emilia Romagna e 20,5 media Italia ) e i progressi nel miglioramento sono stati più rapidi a Ravenna e in regione ( che ascendono nelle graduatorie nazionali ) . I giorni perduti di vita sono sempre superiori per i maschi rispetto le femmine.
  • I giorni perduti nell’ambito Igiene e Assistenza Sanitaria nell’ultimo triennio rispetto quello iniziale sono aumentati , seppure in misura leggera e dopo la loro riduzione rispetto il triennio intermedio, 2008-2010.
  • Lineare il miglioramento , invece , negli altri due ambiti , Prevenzione primaria e Diagnosi precoce e terapia.

1 morta

E’ intuitivo che la riduzione della mortalità evitabile aumenti la speranza di vita o vita media di una popolazione.

La speranza di vita alla nascita esprime il numero medio di anni che un bambino , che nasce in un certo anno di calendario , può aspettarsi di vivere. Ora tra il 2000 e il 2014 ( ultimo dato ISTAT disponibile ) la speranza di vita alla nascita è aumentata sia per i maschi che per le femmine , ma di più per i primi che per le seconde seppure queste vivano di più . Nella media italiana rispettivamente di 2,66[1] e 3,79 anni , in quella regionale di 2,30 e 4 anni , nell’ASL di Ravenna di 2,79 e 4,37 anni.

2 tavola sv

3 sv grafico FEMM

4 sv grafico M

Così la speranza di vita alla nascita , al netto dei decessi evitabili , quale orizzonte di riferimento per misurare la distanza tra l’età al decesso e l’aspettativa di vita ipotetica , potrebbe essere superiore , di 2,2 anni per le femmine e 4,4 per i maschi ( fonte NEBO RICERCHE PA elaborazioni su dati ISTAT 2013 ) .

In realtà con la cosidetta tavola di mortalità si calcola l’aspettativa di vita per ogni classe di età ( si veda sotto ) : ad esempio una maschio di 50 anni può vivere ancora 31,89 anni , una femmina 36,02 e , ancora , un maschio di 80 anni 8,42 , una femmina 10,28 ecc.

5 tavola sv completa2014 italia

La tavola sottostante di fonte Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico mostra che , tra i paesi più avanzati aderenti , l’aspettativa di vita alla nascita , sia nei maschi che le femmine , l’ Italia si collocava al quarto posto , ben prima di paesi come la Germania , la Francia ecc.

6 sv oecd

Continua

[1] Si fa presente che un decimo di anno è pari a 1,2 mesi ovvero a 36 giorni e mezzo circa.

Mercato del lavoro 2015 : occupazione in aumento , disoccupazione in calo , in Italia e in molte province dell’Emilia Romagna

La ripresa economica nel 2015 , insieme agli incentivi alle assunzioni con contratto a tempo indeterminato previsti dalla legge di stabilità 2015 e alla riforma del mercato del lavoro ( il cosidetto Jobs act ) , ha comportato l’incremento dell’occupazione e la riduzione del tasso di disoccupazione in Italia rispetto il 2014.

Le statistiche di fonte ISTAT mostrano  anche l’evoluzione , nel mercato del lavoro , tra il 2008 ( anno in cui , in Italia , si sono raggiunte le migliori performances  in termini di livelli di occupazione , mai così alti , e disoccupazione , mai così bassi) e il 2014 . E’ questo il periodo della profonda doppia crisi   che ha colpito il nostro paese : la prima dei Mutui Subprime , scoppiata negli Usa e propagatasi in tutto il pianeta , la seconda , correlata a quella , dei debiti sovrani nell’area EURO , innestata dalla crisi Greca , ma estesasi per “infezione” ad altri paesi del sud Europa e l’Irlanda , compresa l’Italia .

La tavola sottostante mostra l’incremento di occupazione nel 2015 , rispetto l’anno precedente ,  pari a 186.000 unità , il +0,8% , risultato di una crescita del lavoro dipendente di 207.000 unità e di una riduzione di quello indipendente di 22.000 unità. Si è invertita , così , la tendenza , fortemente negativa , di riduzione della occupazione dipendente tra il 2008 e 2014   sia permanente ( meno 425.000 unità ) che a termine (meno 8.000 unità ). Più in particolare , è ripresa , inoltre ,   l’occupazione ad orario pieno , sia a termine che permanente , che si era ridotta , tra il 2008 e il 2014 ,  di quasi un milione e 150.000 unità . In quel periodo forte era stato  l’aumento di quella ad orario parziale di oltre 700.000 unità tra i dipendenti ,  di 76.000 unità , tra gli indipendenti..

Ad attutire , cioè , le conseguenze negative sull’occupazione , della forte riduzione dell’attività economica ( il PIL si è contratto dell’8,3%) , è stato il ricorso , da parte delle imprese , alla riduzione dell’orario di lavoro , invece dei licenziamenti  , sia mediante la trasformazione del rapporto di lavoro da orario pieno a parziale , sia attraverso il ricorso alla Cassa Integrazione , che è stato massiccio : le ore autorizzate sono state oltre 6,6 miliardi , equivalenti  a più di 3 milioni di occupati a tempo pieno .

1 occupati dura-orario

La tavola sottostante mostra che l’occupazione aggiuntiva del 2015 ha recuperato , il 22,9% di quella che si era persa tra il 2008 e il 2014.

2 recupero

Anche in Emilia Romagna si è registato un aumento di occupazione , seppure inferiore alla media nazionale ( 0,4% vs 0,8%) . In quattro province su nove la variazione , invece , è stata negativa : Piacenza , Parma , Bologna e Ravenna.

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In ripresa nel 2015 anche i tassi di occupazione. Va rilevato che  questi sono sempre   stati più alti in Emilia Romagna rispetto quelli del paese : la differenza , soprattutto nei tassi femminili , in tutte le province , si è sempre mantenuta  sui 10/15 punti percentuali in più , anche nelle fasi  acute di crisi : un “ammortizzatore sociale ” decisivo .

4 tasocc prov mft

In riduzione nel 2015 i tassi di disoccupazione che erano decisamente aumentati tra il 2008 e il 2014.

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Se si esaminano i tassi di occupazione e disoccupazione per classi di età emergono delle forti disparità tra quelle giovanili , da una parte e quelle più anziane , dall’altra.

Per quanto riguarda i primi , i tassi della classe di età 15/35 anni , già molto inferiori anche nel 2008 rispetto quella centrale di 35/54 anni , durante la crisi si sono ridotti più intensamente di questa . da due a tre volte sia nella media nazionale , sia in quelli regionale e provinciale .

Sorprendenti   i forti aumenti dei tassi di occupazione della classe più anziana di 55/64 anni non solo nel 2015 , ma   anche durante gli  anni della crisi . In tutte le province e nella media nazionale i tassi di occupazione in questa classe di età sono aumentati dai 10 ai 20 punti percentuali . Il loro stock , nel periodo 2008/2014 , è aumentato di un milione di unità ( da 2,5  a 3,5 milioni)  il +40%  .

6 tasocc prov età

Analogamente i tassi di disoccupazioni dei giovani dai 15 ai 34 anni più alti in Italia di 10,6 punti percentuali rispetto gli over 35 nel 2008 , nel 2014 lo erano di 22 punti : 30,6 vs 8,5. Seppure inferiori a quelli nazionali anche i tassi di disoccupazione dei giovani sono fortemente aumentati nelle province dell’Emilia Romagna

7 tasdis prov età

L’occupazione è in ripresa ( +0,8%) , il tasso di disoccupazione è in calo (-0,8%) , miglioramenti seppure modesti come modesta è la crescita economica ( +0,8% il PIL ) . L’Italia , paese fragile , migliora  ma non sta bene . Non stanno bene soprattutto i giovani che hanno pagato più duramente la crisi e che li vedono ancora subire i tassi di disoccupazione più alti : nel 2015 in Italia la classe di età 15/34 anni il 29,1% rispetto l’8% degli over 35 , in Emilia Romagna , rispettivamente , il 20,4% vs 5,4%.

Post Scriptum

Da tempo e in modo ricorrente si è aperto in Italia il tema della revisione della riforma Fornero delle pensioni , anticipando l’uscita dal lavoro dei lavoratori più anziani in cambio di una riduzione dell’assegno pensionistico . Pur mantenendo l’impianto della legge , l’operazione flessibilità in uscita , nell’immediato sarebbe costosa e occorrerebbero risorse per finanziarla.

Al di là delle soluzioni che verrebbero adottate ( c’è la proposta del Presidente dell’INPS Tito Boeri molto ben argomentata e impiantata ) , il problema va affrontato e proprio alla luce dei dati che si sono analizzati in precedenza : favorire il ritiro dal lavoro degli occupati più anziani potrebbe favorire la entrata nella occupazione dei lavoratori più giovani . Come si poteva leggere nel rapporto INPS , nel 2014 i ritirati dal lavoro sono stati 256.611 per vecchiaia e 59.248 per invalidità , potenzialmente sostituibili con nuove assunzioni . Un altro passo per accelerare la soluzione della vera emergenza sociale del paese .

Fonti energetiche rinnovabili : stato dell’arte 2014

Per l’Italia la Direttiva 2009/28/CE del Parlamento Europeo fissa per il 2020 l’ obiettivo di soddisfare con energia da Fonti Rinnovabili il 17% dei consumi finali lordi .

Il GSE , Gestore dei Servizi Energetici , società a totale capitale pubblico detenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico, è lo strumento cui è affidato il compito , per l’ attuazione della direttiva , di   supportare le Istituzioni attraverso l’erogazione di servizi specialistici in campo energetico , la gestione dei meccanismi di incentivazione degli impianti a fonti rinnovabili , la loro certificazione tecnico-ingegneristica , il ritiro commerciale e la vendita dell’energia sul mercato da questi prodotta e immessa in rete , l’ attività di informazione e formazione rivolta agli operatori del settore e ai cittadini per diffondere la cultura dell’uso dell’energia sostenibile.

Al GSE è affidato anche il compito della rilevazione e la trasmissione alla Commissione europea dei dati statistici ufficiali per il monitoraggio della applicazione della direttiva .

Relativamente al 2014 sul sito del GSE è stato pubblicato il Rapporto Statistico Energie da Fonti rinnovabili che fornisce il quadro dello “stato dell’arte “ nel nostro paese relativamente al settore elettrico , del calore , dei trasporti .

Nel 2014 la quota dei consumi finali lordi di energia coperta da fonti rinnovabili è stata pari al 17,1 % ( 16,7% nel 2013) , un valore superiore al target assegnato all’Italia dalla Direttiva Europea per il 2020 (17%) , raggiunto in anticipo di sei anni e non distante dall’obiettivo individuato dalla Strategia Energetica Nazionale (19-20%).

Secondo l’American Council for an Energy-Efficient Economy, poi , un’importante organizzazione non-profit americana, l’Italia eccelle anche per efficienza energetica. Nel suo rapporto , uno studio sulle sedici maggiori economie mondiali, l’Italia si classifica seconda, dietro la Germania .Tuttavia sottolinea il rapporto del GSE “ Ovviamente la possibilità di mantenere la quota dei consumi finali coperta da rinnovabili su tali livelli dipenderà, oltre che dalla performance delle FER stesse nei prossimi anni, anche dall’andamento dei consumi energetici totali dopo anni di decrescita causata principalmente dalla congiuntura economica negativa .”

A livello regionale e provinciale lo studio fornisce dati per il solo settore Elettrico relativamente alla produzione lorda :

  • da fonte solare (con tecnologia fotovoltaica);
  • da fonte eolica ;
  • da fonte idraulica ;
  • da bioenergie ( biomasse solide , biogas , bioliquidi , frazione biodegradabile dei rifiuti);

La tavola sottostante mostra i dati sulle produzioni di energia elettrica con le diverse fonti rinnovabili   nelle province della regione Emilia Romagna e l’Italia. La provincia di Ravenna si distingue , tra tutte le altre , per la maggiore potenza installata e la maggiore produzione e con il rapporto produzione-consumi totali civili e produttivi pari al 52,2% secondo a quello di Piacenza , 64,4% .

Energia Elettrica da fonte rinnovabile distribuzione provinciale della potenza a fine 2014 , della produzione ( fonte rapporto GSE) e dei consumi ( fonte TERNA)

fonti rinnovabili 2014

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Mercato del lavoro italiano

Su “La Repubblica” del 10 gennaio 2016 un lettore, a proposito dei rapporti pubblicati da ISTAT ed EUROSTAT sul mercato del lavoro italiano, a suo dire contrastanti, chiedeva: a chi dobbiamo credere?
A tutti e due perché i dati sono gli stessi, li produce ISTAT, adottando una metologia definita dai Regolamenti approvati dall’Unione Europea predisposti da EUROSTAT e alla cui preparazione ha partecipato la stessa ISTAT insieme agli altri 27 Istituti di Statistica Nazionali.
Secondo tempi e scadenze ben definiti, i dati sul Mercato del lavoro dei paesi dell’Unione Europea sono quindi inviati all’Istituto di statistica centrale che, a sua volta, li fornisce alla Commissione e al Parlamento Europei per eventualmente le scelte politiche del caso e la loro pubblicazione.
Provare a consultare il DATAWAREHOUSE ( in http://dati.istat.it/ sezione Lavoro e in http://ec.europa.eu/eurostat/data/statistics-a-z/abc sezione Labour Force Survey ) dei due istituti per credere.
L’apparente contraddizione deriva dalle due diverse prospettive con cui sono stati presentati gli stessi dati e che non sempre si ha l’accortezza di capire :
1. ISTAT ha messo in evidenza che in Italia, i dati dei primi nove mesi del 2015 mostrano un miglioramento del mercato del lavoro rispetto l’analogo periodo del 2014.
2. EUROSTAT ha messo in evidenza che questo miglioramento sta avvenendo ad un ritmo decisamente inferiore a quello degli altri paesi dell’UNIONE EUROPEA.
Il fatto centrale è che il nostro paese già strutturalmente fragile, rispetto agli anni precedenti le due crisi (dei mutui subprime e dei debiti sovrani) degli anni 2007-2014, sta migliorando, ma recuperando a ritmo lento e non sta bene.