Referendum Costituzionale , Euro , Mercati finanziari , Spread , Finanza pubblica , Debito . C’è poco da scherzare : l’attuale aumento dello spread può continuare , potremmo pagare caro il no al referendum ( 3 )

Nel primo degli articoli della serie Referendum Costituzionale , Euro , Mercati finanziari , Spread , Finanza pubblica , Debito si era segnalato il movimento in ascesa dei rendimenti dei Btp a 10 anni che , una decina di giorni fa, aveva toccato l’1,76%, un livello ancora estremamente contenuto, ma il più alto da 12 mesi . Nel secondo articolo   si era mostrato come si è formato il nostro debito pubblico di oltre 2200 miliardi di euro e come la pezza , prima del governo Monti ( pesantemente costato al paese , vedi la riforma Fornero delle pensioni , l’IMU , una nuova recessione ) e l’intervento della BCE di Mario Draghi , poi , abbiano continuato a tenere sotto controllo i mercati finanziari ed evitato che sui prestiti richiesti dallo stato si dovessero pagare interessi da usura..

La dipendenza del nostro paese dall’umore dei finanziatori , in specie internazionali è molto pesante . A luglio 2016 , del nostro debito pubblico 710,8 miliardi erano detenuti da banche , fondi di investimento , fondi pensione , assicurazioni ecc. stranieri .Per dare una idea della loro importanza si può confrontare questa cifra con i quasi 316 miliardi spesi nel 2015 per prestazioni sociali in denaro ( pensioni e assistenza sociale ). Se i mercati cominciassero a rifiutarsi di finanziare il nostro debito , un governo di emergenza dovrebbe chiedere un intervento di soccorso alla Commissione Europea ( Dio ce ne scampi ) oppure imporre un prestito forzoso agli italiani , una manovra fiscale lacrime sangue ecc.( do you remember Mario Monti ?).

Infatti nell’anno in corso sono in scadenza 184,5 miliardi di titoli a medio lungo termine e BOT ( titoli a breve ) per 115 miliardi , un ammontare totale di 299,5 miliardi che , attraverso aste di collocamento , il Tesoro ha rifinanziato , nei primi nove mesi del 2016 , con emissioni pari a 301,031 miliardi e facilmente , dato che la domanda superava l’offerta in media di 1,5-1,6 volte , con conseguenti rendimenti al minimo , anche negativi ( chi presta soldi allo Stato è disposto , cioè , a pagare ).

Risultati Collocamenti anno 2016 in miliardi di euro .

Elaborazione su dati Ministero del Tesoro , Bollettino trimestrale

7-aste

Ora , l’ammontare dei titoli di debito detenuti da non residenti è importante : in quota modesta nel 1989 , il 3,3 % dell’intero debito , è cresciuta fino al 41,1% nel 2006 , è crollata al 31,1% nel 2012 ( non a caso con la crisi dello spread ) è stato in leggera ripresa al 32,8% nel 2015

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I cosidetti investitori istituzionali stranieri , in specie i fondi pensione , sono diventati molto prudenti , in specie dopo le due crisi dei mutui subprime e dei debiti sovrani , a prestare soldi ai paesi con poca reputazione e la tavola sottostante mostra che , da agosto di quest’anno , i rendimenti di tutti i nostri titoli hanno invertito la discesa e da agosto sono in crescita. Il 14 novembre il rendimento del decennale è arrivato al 2%.

Titoli di Stato: rendimenti lordi a scadenza ( fonte novembre 2016 , L’economia italiana in breve , .Banca d’Italia )

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Nel primo articolo si evidenziava che molti analisti finanziari erano convinti che a pesare sul movimento in salita degli interessi sui titoli italiani , fosse il rischio di instabilità politica legata al referendum costituzionale. Molti investitori internazionali notano la crescita del “No” nei sondaggi e temono che una eventuale bocciatura della riforma possa aprire una nuova fase di incertezza simile a quella successiva alle elezioni del 2013. Uno scenario di relativa stabilità dopo il referendum dovrebbe invece limitare le ripercussioni negative sui titoli di Stato.”

E ancora ,si è potuto anche leggere sui giornali che Moody’s fa capire che abbasserà il rating ( la misura dell’affidabilità del paese ) italiano in caso di vittoria del no.

Nell’intervista a Repubblica del 14 novembre , poi , il governatore della Banca d’Italia non nasconde le preoccupazioni, in un momento in cui si materializza un altro pericoloso «combinato disposto »: la vittoria di Trump, il voto sulla riforma costituzionale, la crisi delle banche. Ignazio Visco afferma che se lui non sa quanto inciderà l’esito del referendum , nel mondo, però “è opinione diffusa che la vittoria del No potrebbe essere un problema e aggiunge anche che “ le riforme istituzionali vanno fatte in ogni caso”.

Una conferma dei timori per l’instabilità conseguente dalla bocciatura referendaria viene da un altro indicatore, i Credit Default Swap, le polizze assicurative che coprono dal rischio di default del “titolo sottostante”. I Cds sui Btp italiani sono saliti a quota 220 punti, contro i 123 della Spagna e i 42 della Germania. Un altro segnale viene dal saldo tra le entrate e le uscite dei flussi finanziari che a settembre per l’Italia è in rosso per 354 miliardi, quasi 135 miliardi in più del 2014. Il deflusso si deve al fatto che non sono solo gli investitori esteri ma anche quelli italiani a comprare meno titoli di quanti ne vendano . Infatti gli stessi operatori italiani vendono i nostri titoli di Stato e acquistano   titoli esteri . C’è , cioè , una chiara tendenza alla fuga di capitali dall’Italia.

Infine, è proprio dalla Bce che potrebbe arrivare la peggiore conseguenza per il nostro paese.

Il Quantitative easing scade a marzo 2017 e la Banca Centrale Europea dovrà decidere se proseguire nell’acquisto dei titoli , compresi quelli pubblici , un intervento che , fin d’ora , ha protetto dalla speculazione quelli italiani . Ma i tedeschi sono già sul piede di guerra , perché sono convinti che i tassi di interesse bassi danneggino i loro risparmiatori e potrebbero accusare il Presidente italiano Draghi di voler continuare il Quantitative easing per sostenere l’Italia .

Tanto più che ,all’estero , come si è detto , la riforma costituzionale viene considerata una ulteriore banco di prova della capacità dell’Italia di modernizzarsi .

È chiaro che , se vince il no , si aprirebbe una fase di incertezza che i mercati , già umorali come sono , non apprezzerebbero. Anche perché lo scenario sarebbe veramente di ingovernabilità: con gli schieramenti politici , di eguale peso elettorale ,divisi in tre poli , l’un contro l’altro armati .

l’Italia è appesa al rischio referendum.

fine

Referendum Costituzionale , Euro , Mercati finanziari , Spread , Finanza pubblica , Debito : per fortuna che c’è l’EURO ( 2 )

La storia inizia negli anni 80 .

Dal 49% [1]sul PIL nel 1980 il debito pubblico dell’Italia nel 2015 era pari al 134,1% , una crescita di 2,7 volte .

2-debito

Il grafico sottostante mostra come si è determinato : una spesa crescente non coperta dalle entrate ha comportato disavanzi annuali consistenti ( o indebitamento netto ) fino al picco nel 1985 del 12,1% del PIL. Sono gli anni della craxiana Milano da bere .

Così , la spesa per interessi come quota della spesa pubblica dal 10,9% nel 1980 aveva raggiunto l’apice nel 1993 pari al 22,5% . Analogo il trend sul PIL con il picco al 12,3% nel 1985 .

3-interessi-disav

Va notato che l’aumento del debito e della spesa per interessi hanno iniziato a decrescere dagli inizi degli anni 90 , in coincidenza con le manovre finanziarie dei governi Amato e Prodi , tese a ridurre il disavanzo per far fronte , la prima , alla crisi della lira nel settembre 1992 e per consentire , con la seconda , nel 2007 ,l’entrata dell’Italia nell’EURO . Da allora la spesa per interessi e l’indebitamento netto o disavanzo si sono sostanzialmente stabilizzati fino ad un ulteriore e progressivo calo negli ultimi anni. Il debito però ¸dopo essersi ridotto dal 114,3% sul PIL del 95 al 100,8 % nel 2007 , ha ripreso a crescere fino al 134,1 % nel 2015 .

In realtà questa ripresa del debito in rapporto al pil è dipesa , essenzialmente dal crollo di quest’ultimo determinatosi a causa della crisi 2008-2015 dacchè , se fosse invece cresciuto allo stesso ritmo annuale del periodo 2001-2007 pari al 3,2% medio annuo invece dell’effettivo 0,7% ( in termini nominali ) , il rapporto sarebbe aumentato di appena 6 punti percentuali invece dei 34 effettivi.

4-controfattuale

La riduzione della spesa per interessi può ben essere spiegata dal netto calo del rendimento dei titoli del Tesoro , in specie decennali , i BTP , che se era pari al 13% medio annuo nel 1991 , nel 2015 era pari all’1,7% ( grafico sottostante ).

5

Una prima conclusione che si può trarre , da quanto esposto in precedenza , in particolare dall’ultimo grafico , è che uno dei benefici dell’entrata dell’Italia nell’EURO è stato di poter pagare tassi di interesse sui prestiti pubblici più bassi . Infatti tra il 1992 e il 1996 lo spread medio tra i titoli di Stato a 10 anni Italiani e quelli tedeschi è stato di 392 punti base, mentre tra il 1997 (data in cui l’Italia è entrata nella fase finale di adozione dell’Euro) e il 2010 (ultimo anno prima della crisi ) lo spread è stato di 44 punti. Tra il 1992 e il 1998 il costo degli interessi è stato in media di 104,5 miliardi di Euro annui mentre la media successiva all’introduzione dell’Euro è stata di 65,4 miliardi , un risparmio di quasi 40 miliardi .

Seconda conclusione : le nostre castagne cavate dal fuoco dalla Banca Centrale Europea .

Nel 2011 , la esplosione della crisi dei debiti sovrani innestata dal disastro greco , manifestatasi in Italia con lo spread alle stelle ( 585 punti base ) , se da una parte ha costretto il governo Monti ad una manovra di consolidamenti fiscale lacrime e sangue per calmare i mercati finanziari , dall’altro ha indotto la Banca Centrale Europea ad una svolta nella politica monetaria sia , con interventi decisi sul mercato secondario[2] dei titoli pubblici sia concedendo liquidità illimitata ad un tasso di interesse , fino allo zero , alle banche per consentire loro finanziamenti all’economia dell’area euro in difficoltà.

Per ultimo , a dicembre 2015 , ha avviato il Quantitative easing con lo scopo primario di alzare il tasso di inflazione fino al 2% e di accelerare la crescita economica attraverso l’acquisto per 80 miliardi al mese di titoli pubblici sul mercato secondario e di obbligazioni di qualità elevata emesse da società non bancarie dell’area . Come mostra la tavola sottostante l’intervento della BCE ha drasticamente ridotto i rendimenti dei Buoni del Tesoro Poliennali che , per quelli di durata triennale , a settembre di quest’anno , erano , addirittura , pari a zero. E’ implicito che l’intervento della BCE garantisce , con l’enorme arsenale finanziario della banca centrale dell’area euro di cui dispone , di tagliare anche le unghie a qualsiasi tentativo di speculazione sui titoli pubblici dei paesi membri da parte di chicchessia.

Una garanzia per l’Italia che gli stupidi non hanno capito.

Buoni del Tesoro Poliennali ( fonte Banca d’Italia , L’economia italiana in breve n.114 ottobre 2016 ) Rendimenti lordi a scadenza. ( medie annuali e mensili)

6-tassi

continua

 

[1] Perché è significativo il rapporto del debito con il pil e non tanto il suo valore assoluto ? perché dà una misura della sua sostenibilità cioè della capacità di una economia di ripagarlo . Banalmente , un stesso debito di 100 è più sostenibile con un reddito di 200 che di 100.

[2] A differenza della FED americana , la BCE , per statuto , non può acquistare titoli pubblici sul mercato primario cioè alla emissione da parte di una Stato ma , soltanto , sul secondario dove si acquistano titoli da chi li ha già sottoscritti. Tuttavia , anche così , si ottiene lo stesso risultato : sostenere le quotazioni ed abbassare i rendimenti e così aiutare i bilanci pubblici ( per questo i tedeschi sono molto arrabbiati con Mario Draghi ) . Infatti il mercato primario e secondario sono come due vasi comunicanti dove le differenze nei prezzi di uno stesso titolo prima o poi si annullano attraverso il meccanismo del cosidetto arbitraggio . Infatti questo è un’operazione che consiste nell’acquistare un’attività finanziaria su un mercato rivendendola su un altro , sfruttando le differenze di prezzo al fine di ottenere un profitto . Questi spostamenti contribuiscono , attraverso il meccanismo della domanda e dell’offerta ,al tendenziale riallineamento delle quotazioni tra mercato primario e secondario e quindi dei relativi rendimenti delle obbligazioni.

 

7 ) “Italicum>riforma Costituzionale: il combinato disposto che non esiste “

Uno spettro si aggira per l’Italia: lo spettro dell’”uomo solo al comando”. Tutte le potenze della vecchia Italia si alleano per una santa caccia spietata a questo spettro: la CGIL , l’ANPI , l’ARCI e la Lega , Brunetta e D’Alema , Bersani e Gasparri , i radicali Grillini e i parafascisti di Fratelli d’Italia.

Uomo solo al comando è la traduzione in “volgare” di “combinato disposto “ tra legge elettrorale e riforma della Costituzione. Il combinato disposto in ambito giuridico è una prescrizione-conseguenza desunta dal riferimento a due o più normative che si integrano le une con le altre .

Lo stesso concetto, riferito alla legge elettorale e la riforma costituzionale , è contenuto nel documento dell’8 settembre , dell’ultima arrivata al caravanserraglio del fronte del NO, la CGIL . Così vi possiamo leggere :

“I nuovi criteri per l’elezione degli organi di garanzia – Presidente della Repubblica, Giudici della Corte costituzionale di nomina parlamentare, componenti laici del CSM – rischiano di essere subordinati alla legge elettorale, facendo così venir meno la certezza del bilanciamento dei poteri di cui la Costituzione deve essere garante, con la possibilità di determinare un restringimento del pluralismo e della rappresentanza delle minoranze.”

La separazione dei poteri , legislativo , esecutivo , giudiziario è uno dei principi cardine del costituzionalismo liberale e tale da connotare le stessa democrazia .

L’idea è riconducibile a Montesquieu, il quale aveva messo in evidenza la necessità che queste tre funzioni fossero affidate a organi diversi, in posizioni di reciproca indipendenza tra loro, al fine di evitare che potesse essere minacciata la libertà . L’accusa non è di poco conto perché chi controllasse , ad esempio , la Corte Costituzionale , potrebbe far approvare , ad esempio , delle leggi che minino dei diritti garantiti dalla Costituzione , senza temerne la bocciatura. Oppure , per riferirci ad eventi che ben conosciamo , qualcuno ( chi?) potrebbe farsi approvare leggi ad personam . In sostanza l’accusa alla legge elettorale maggioritaria è che consentirebbe alla maggioranza e al governo , grazie al premio , di controllare gli organi di garanzia , instaurando una dittatura a danno dell’opposizione e del paese.

Ragioniamoci , facendoci aiutare dai numeri.

Non è vero che , grazie ai 340 seggi sui 630 complessivi della Camera , assegnati a chi vince le elezioni , la maggioranza potrebbe eleggere ,senza accordi con i gruppi di opposizione , il Presidente della Repubblica . Infatti in seduta comune con il nuovo Senato( 100 membri ) , previsto dalla riforma ,   dalla settima votazione sarebbero sempre richiesti i tre quinti dei votanti , ovvero 438 ( nelle votazioni precedenti la maggioranza qualificata richiesta è più alta , due terzi dell’assemblea , 487 ) , sicchè ai 340 seggi della Camera si dovrebbero aggiungere anche tutti i voti dei 100 senatori , per raggiungere il quorum richiesto ( grazie ai due voti risicati in più , 440 contro 438 ) . Ma la cosa , in realtà pare impossibile dato che , ad esempio, attualmente il PD che governa ben17 regioni su 20 , potrebbe contare solo su 51 consiglieri-senatori . Oppure si dovrebbe determinare una forte assenza di elettori , tutti dell’opposizione ( una epidemia diffusa solo tra loro ? ) , assai improbabile in un appuntamento istituzionale così importante .

Analogamente per eleggere i tre componenti della Corte Costituzione da parte della Camera , secondo l’articolo 3 della Legge Costituzionale 22 novembre 1967, n. 2 nelle prime 3 votazioni sono richiesti due terzi della assemblea , cioè 420 voti e nelle successive votazioni tre quinti cioè 378 voti, più , quindi ,dei 340 seggi garantiti dall’ ITALICUM a chi vince le elezioni. Per quanto riguarda il nuovo Senato si è già mostrato che attualmente il PD potrebbe contare sul 51% degli elettori , una maggioranza insufficiente per nominare i due giudici della Corte.

In seduta comune Camera e Senato eleggono , poi , un terzo dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura con votazione a scrutinio segreto e con la maggioranza dei tre quinti dei componenti l’assemblea per i primi due scrutini, mentre dal terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti. Anche in questo caso la maggioranza di governo non potrebbe disporre dei voti per nominare giudici “ compiacenti .“ Insomma l’Italicum non assicura nessuna autosufficienza al governo con i 340 seggi di cui può disporre ma dovrebbe sempre concordare con l’opposizione la nomina , spettante al Parlamento , dei componenti degli organi di garanzia. Ma già il Presidente emerito Giorgio Napolitano si era espresso in tal senso quando aveva dichiarato ( intervista a La Repubblica dell’11/09/2016 ) : “non ho mai creduto alla formula del “combinato disposto”, all’effetto perverso congiunto che scatterebbe tra la riforma costituzionale e l’Italicum». E poi : «Di contrappesi vecchi e anche nuovi ce ne sono di assai corposi. Non vedo alcun pericolo autoritario, cosa che riconoscono anche molti esponenti del No.”

Perché tanti , allora , insistono su questa tesi chiaramente infondata ?

Il vero motivo che li muove tutti , dalla destra ai 5 stelle , fino alla sedicente sinistra interna al Pd è l’ossesione maniacale e patologica di far cadere il Presidente del Consiglio .

L’irruzione di Matteo Renzi nella politica italiana ha sconvolto , infatti , gli assetti consolidati di potere della nostra società , facendo implodere la destra e la sinistra tradizionali , sconfitte , impotenti ed in stato confusionale.

La materia di cui si sta discutendo è molto complessa ed è più facile allora, per far presa , ricorrere a slogan , luoghi comuni , bugie da ripetere ad ogni piè sospinto e contando che qualcosa rimanga nella mente della gente .

p.s. un uomo solo al comando era Fausto Coppi

 

Recensione a “Aggiornare la Costituzione , storia e ragioni di una riforma” di Guido Crainz e Carlo Fusaro . Donzelli Editore

“La democrazia è complicata e complessa, perché spartendo e diffondendo il potere esige dialogo, confronto e mediazioni continue. Necessita di informazione e cultura. Ha bisogno di attenzione assidua, non consente distrazioni, va costruita e mantenuta ogni giorno. La democrazia non può prescindere dalla partecipazione. La democrazia è faticosa, impegnativa, difficile”., Gherardo Colombo (Democrazia 2001 Bollati Boringhieri )

Per questo , in vista del prossimo referendum sulla riforma costituzionale e del grado di complessità del tema cui i cittadini saranno chiamati ad esprimersi , vanno segnalati gli ottimi e ben argomentati saggi in :”Aggiornare la Costituzione , Storia e ragioni di una riforma” Donzelli editore-collana Saggine-pag.X-198 , finito di stampare il 12 luglio 2016 ,

di Guido Crainz , già docente di Storia contemporanea alla Università di Teramo e commentatore del quotidiano La Repubblica

e

Carlo Furaro , ordinario di Diritto pubblico comparato presso la Scuola “C.Alfieri” dell’Università di Firenze

Come scrive Carmine Donzelli in una nota di presentazione del saggio , inusuale da parte di un editore , “ L’intento del libro è di fornire argomenti su cui riflettere. Di aiutare a soppesare responsabilmente le ragioni, i percorsi, i compromessi; i meriti che nella riforma vi sono, e anche le contraddizioni e i difetti che pure non mancano: insomma, di costruire una guida ragionata – ancorché dichiaratamente non ostile -ai cambiamenti ipotizzati. Una guida che alla fine aiuti in ogni caso a scegliere nell’unica maniera in cui si può, in un frangente democratico così complesso per il nostro paese: secondo un principio di responsabilità.”

 

Guido Grainz nel suo “ Gli insegnamenti di una storia “ descrive lo scenario di tensioni sociali e politiche del dopoguerra , con l’inizio del confronto Stati Uniti Unione Sovietica e i suoi riflessi all’interno del nostro paese , scenarfio in cui maturò la scrittura dellla nostra Carta Costituzionale , a seguito del referendum del 2 giugno 1946 e della elezione dell’Assemblea Costituente . In quel clima teso tra i partiti che avevano rotto l’intesa della Resistenza , se , da una parte , i Costituenti si trovarono d’accordo sui principi fondamentali e sulla prima parte della nostra carta , dall’altra , sulla seconda , ovvero sull’ordinamento , prevalse il disegno di un assetto istituzionale che tanti di loro , già allora , proconizzavano problematico e , alla luce dell’esperienza di 70 anni , irrazionale : il nostro   parlamento è costituito da due organi legislativi ( Camera e Senato ) che fanno le stesse cose , un inutile doppione che contribuisce a rendere l’assetto della Repubblica inefficiente , lento , instabile e costoso . Il fatto è che allora il doppione , ( una legge deve essere approvata sia alla Camera che al Senato nell’ovvio identico testo ) nelle intenzioni della DC , doveva essere una garanzia in più , un argine , agli eventuali tentativi di “colpi di mano delle sinistre .

Nasce proprio da qui l’esigenza di aggiornare la Costituzione per rendere più efficienti gli organi decisionali nell’affrontare al meglio i drammatici problemi che nella attuale fase storica si presentano : il cambiamento climatico , l ‘esodo di milioni di individui dai teatri di guerra verso i paesi occidentali , il terrorismo jihadista che attacca l’Europa e l’Italia , la crisi economico finanziaria non ancora risolta .

Così , Carlo Fusaro nel suo saggio , Le ragioni di una riforma” prende in esame il testo approvato dal Parlamento in quattro letture e sottoposto a referendum popolare , come prevede l’articolo 138 della Costituzione, consultazione che si dovrebbe tenere ad autunno inoltrato.

Questa modifica della Costituzione , in realtà un aggiornamento perchè la natura di repubblica parlamentare rimane immutata , punta a rafforzare e semplificare il governo del Paese e interviene solo sulla Parte Seconda della Costituzione (quella che si occupa dell’ordinamento della Repubblica, cioè dell’organizzazione dei poteri pubblici); invece la Parte Prima (che contiene i Principi fondamentali e l’insieme dei diritti e dei doveri dei cittadini ) non è toccata .

In particolare la legge di revisione:

    • riforma il Parlamento con l’abolizione delle due Camere come doppioni ;
    • trasformando il Senato in un’assemblea di rappresentanza di Comuni e Regioni, costituita da 95 componenti in luogo dei 315 attuali ;
    • e affidando alla sola Camera il potere di dare la fiducia al Governo ;
    • sana l’incongruenza democratica di una seconda Camera , con i poteri della prima , ma alla cui elezione non partecipano i cittadini fra 18 e 25 anni , più di 4,8 milioni di persone ( ISTAT primo gennaio 2016);
    • rafforza il Governo in Parlamento;
    • rafforza la partecipazione dei cittadini attraverso la obbligatoria discussione in Parlamento delle leggi di iniziativa popolare e l’introduzione dei referendum propositivi;
    • cancella ogni riferimento alle Province;
    • abolisce il CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) ;
    • ridisegna i rapporti fra Stato e Regioni secondo la formula: più potere legislativo allo Stato, più influenza di Regioni e Comuni sullo Stato grazie al nuovo Senato;
    • rafforza in più punti le garanzie costituzionali prevedendo anche il controllo di costituzionalità preventivo sulle nuove leggi elettorali , compresa quella recentemente approvata ;
    • riduce i costi delle istituzioni perchè non prevede indennità ai nuovi senatori , unifica le due strutture al servizio di Camera e Senato , abolisce i rimborsi spese ai consilieri regionali le cui indennità , poi , non potranno superare quelle dei sindaci dei comuni capoluogo di regione ;

Il saggio è una utile guida perché prende in considerazione e discute anche gli argomenti di coloro che si oppongono alla riforma e presenta una tavola comparativa dove gli articoli sono presentati , comma per comma , con , nella prima colonna , a sinistra , il testo della Costituzione vigente mentre , nella seconda , il testo della riforma.

Insomma questi saggi sono dedicati a coloro che , volendo essere cittadini consapevoli, prendono le decisioni informandosi prima e non seguendo la pancia invece del cervello , luoghi comuni , pregiudizi , slogans .

In libreria prezzo di copertina 16 euro .

Su Internet Donzelli 12 euro ebook 9,99

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Criticare norme che non esistono : il caso Scalfari (7)

Scalfari sulla Repubblica del 7 agosto ,nell’articolo “NEI GIORNI DEL PROSSIMO NOVEMBRE VORREI CANTARE LA MARSIGLIESE “ , ha scritto che con l’Italicum l’Italia non sarà più una repubblica parlamentare causa il premio del 40 per cento garantito al vincitore al primo turno .

A mio modesto avviso , nella sua furia iconoclasta antimaggioritaria ( e antirenzi), fa confusione perché , in realtà , non è il sistema elettorale maggioritario che fa venire meno il carattere parlamentare di una repubblica. Lo sarebbe se l’Italicum prevedesse l’elezione diretta del Presidente del Consiglio che avrebbe , così , il potere di sciogliere il Parlamento. L’Italia continuerà , invece, ad essere una repubblica parlamentare perchè il Governo dipenderà sempre dal volere del Parlamento e dovrà sempre presentarsi alla Camera per chiedere la fiducia , potrà essere sempre sfiduciato in qualsiasi momento dalla medesima . Sarà sempre il Presidente della Repubblica , in caso non si trovi una maggioranza, a firmare il decreto di scioglimento anticipato della Camera rinviando il paese alle elezioni .

Da questo punto di vista , né la riforma elettorale né tantomeno quella Costituzionale , attribuiscono nuovi poteri al governo, se non il diritto ad avere una corsia preferenziale e “a data certa” per la discussione in Parlamento di quei disegni di legge che ritiene essenziali per applicare il suo programma ( nuovo art.72 comma 6). Perciò , spiace , ma   Scalfari , per poter cantare la Marsigliese , a novembre , dovrà trovarsi un altro motivo più credibile

La legge elettorale per i Comuni è più maggioritaria dell’Italicum (6)

A chi ha voglia di pensare e faticare con il cervello propongo queste riflessioni sulla natura dei sistemi elettorali degli organi collegiali previsti , per la Camera , dal cosidetto Italicum e , per i Comuni con più di 15000 abitanti , dalla legge 81 del 1993.

TESTO UNICO DELLE LEGGI SULL’ORDINAMENTODEGLI ENTI LOCALI che recepisce la Legge 25 marzo 1993, n. 81 “Elezione diretta del sindaco, del presidente della provincia, del consiglio comunale e del consiglio provinciale

Articolo 73

Elezione del consiglio comunale nei comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti.

Comma 7 Non sono ammesse all’assegnazione dei seggi quelle liste che abbiano ottenuto al primo turno meno del 3 per cento dei voti validi e che non appartengano a nessun gruppo di liste che abbia superato tale soglia.

comma 10 ……..Qualora un candidato alla carica di sindaco sia proclamato eletto al primo turno, alla lista o al gruppo di liste a lui collegate che non abbia già conseguito, ai sensi del comma 8, almeno il 60 per cento dei seggi del consiglio, ma abbia ottenuto almeno il 40 per cento dei voti validi, viene assegnato il 60 per cento dei seggi, sempreché nessuna altra lista o altro gruppo di liste collegate abbia superato il 50 per cento dei voti validi………

 

LEGGE 6 maggio 2015 Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati

Articolo 1

  1. e) accedono alla ripartizione dei seggi le liste che ottengono, su base nazionale, almeno il 3 per cento dei voti validi ………;
  2. f) sono attribuiti comunque 340 seggi alla lista che ottiene, su base nazionale, almeno il 40 per cento dei voti validi o, in mancanza, a quella che prevale in un turno di ballottaggio tra le due con il maggior numero di voti, esclusa ogni forma di collegamento tra liste o di apparentamento tra i due turni di votazione;

Dal confronto tra le due leggi emerge che

  1. nella elezione degli organi collegiali è meno “ presidenzialista “ quella della Camera che non collega la attribuzione di seggi alla elezione dell’organo monocratico ( il Presidente del Consiglio è eletto e/o dimissionato dal Parlamento , da cui dipende .) a differenza di quella del consiglio comunale che è collegata alla elezione diretta del Sindaco che può scioglierlo dando le dimissioni.
  2. Nel sistema elettorale dei Comuni è ammesso l’apparentamentodelle singole liste a differenza di quello della Camera che lo esclude.

Ma le differenze finiscono qui perché entrambi i sistemi sono maggioritari ( in entrambi , chi conquista il 40% dei voti validi ottiene il premio ) e c ‘è lo sbarramento del 3 %.

A guardar bene poi il premio di maggioranza è molto superiore nel sistema elettotale comunale perché qui è pari al 20% ( 60% meno 40%) mentre alla camera è inferiore 14% ( 54% , la percentuale di 340 su 630 , meno 40% ) .

Ai soloni del diritto una domanda : perché la cagnara solo sull’Italicum e non anche sul sistema elettorale comunale ? Non mi si dica che la presunta violazione della democrazia nei comuni è meno grave di quella del paese. Che ci può essere una democrazia di serie A e una di serie B. Ai posteri l’ardua sentenza.

p.s. Massimo L. Salvadori su La Repubblica del 20 aprile 2016 scriveva. “Vengono in mente, nel guardare alle reazioni alla nostra riforma istituzionale ed elettorale, quelle che si ebbero in Francia con il passaggio dalla IV alla V Repubblica. I contrari (tra questi vi era anche Mitterrand) gridarono nientemeno che all’avvento del fascismo; ma in Francia non successe nulla di tutto ciò e Mitterrand, eletto presidente, si acquietò contento.”

La riforma della Costituzione riduce i costi delle istituzioni e della politica ( 5)

  1. Si risparmiano le indennità attualmente corrisposte ai 315 senatori attuali perché il nuovo Senato sarà composto da 95 parlamentari che già le ricevono in quanto consiglieri regionali o sindaci .
  2. Gli emolumenti dei Consiglieri regionali non potranno superare l’importo di quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione
  3. Non potranno essere corrisposti rimborsi o analoghi trasferimenti monetari recanti oneri a carico della finanza pubblica in favore dei gruppi politici presenti nei Consigli regionali.
  4. la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica dovranno provvedere , secondo criteri di efficienza e razionalizzazione, all’integrazione funzionale delle amministrazioni parlamentari, mediante servizi comuni, l’impiego coordinato di risorse umane e strumentali e ogni altra forma di collaborazione .

A proposito di questione morale : non sarà , anche per questo , che tanti politici voteranno no al referendum popolare d’autunno ?

Gender Gap Report : l’Italia migliora e con il Jobs Act e la ripresa economica potrà migliorare ancora

Il Global Gender Gap Report , del World Economic Forum ( Fondazione senza fini di lucro con sede a Ginevra ) , che misura i differenziali di genere rispetto all’accesso alle risorse e alle opportunità, collocava l’Italia al 77 esimo posto nel 2006 , 80° posto nel 2012 , con un peggioramento dal 74° nel 2010, e dal 67° nel 2008 .Invece nel report 2015 su 145 nazioni l’Italia ha fatto un balzo in avanti collocandosi alla 41esima posizione.

gender gap 1

Merito indiscusso della scalata va alla politica ( pensate un po’). Nel sottoindice che prende in considerazione la partecipazione delle donne alla vita politica italiana, siamo passati infatti dal 37esimo posto al 24esimo. In questo caso conta la percentuale di donne in Parlamento (31,4%, la decima in Europa) e la percentuale di ministre (50% se si tiene conto del governo presentato da Matteo Renzi nel febbraio 2014, anno a cui fa riferimento il report). Per quanto riguarda gli altri sottoindici non si registrano miglioramenti di graduatoria anche se in termini di punteggio il sottoindice partecipazione e opportunità in ambito economico registra un aumento da 0,527 del 2006 a 0,603 nel 2015.

gender gap 2

Sembra si possa far derivare questo miglioramento dagli effetti della legge Golfo-Moscale che ha imposto le quote di genere nei cda delle grandi aziende . Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Commissione europea a gennaio 2015 (Database on women and men in decision making) in Europa la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle maggiori imprese quotate è in media circa il 20,2 per cento. Rispetto al 2010,quando la stessa percentuale si assestava all’11,9 per cento, l’aumento è stato significativo. Le differenze tra paesi sono tuttavia molto marcate: mentre in Francia, Finlandia o Svezia si supera il 25 per cento, in paesi come l’Irlanda o il Portogallo le donne non arrivano al 10 per cento del totale dei consiglieri. L’unico stato, sia pur al di fuori dell’Unione europea, che arriva al 40 per cento è la Norvegia, paese pioniere nell’introduzione di quote di genere, seguita, nell’adozione di questa misura, più recentemente, da Italia ( 19,6%) e Francia(20%). Il modello italiano sta diventando un esempio in Europa. Le prime valutazione degli effetti della legge Golfo-Mosca, effettuate dal progettoWomen mean business and economic growth, in corso presso il dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri inpartnership con l’Università Bocconi, mostrano che non solo il numero di donne in posizioni di vertice è aumentato, ma anche la governance delle società è migliorata.

Andrebbe considerato poi il Jobs act i cui effetti non sono registrabili perché i dati con cui è stato elaborato il report 2015 sono quelli del 2014.

Infatti uno dei decreti attuativi del Jobs act ( emanato nel febbraio 2015 ) contiene varie misure per la tutela della maternità e per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro

Il primo obiettivo riguarda l’estensione della possibilità di utilizzo del congedo parentale fino ai 12 anni del bambino dagli 8 attuali e di quello parzialmente retribuito dagli attuali 3 anni ai 6 anni

Il secondo punto importante del decreto è quello di estendere le tutele ai lavoratori autonomi, equparandoli ai lavoratori dipendenti, e di attribuire ai lavoratori e alle lavoratrici iscritte alla gestione separata il diritto alla indennità di maternità anche quando il datore di lavoro non abbia versato i contributi: la tutela della maternità (o della paternità) rimane ancorata al rapporto di lavoro e le indennità sono corrisposte alle madri (o ai padri) in quanto lavoratori con figli.

Il terzo punto riguarda i benefici per le imprese che ricorrono al telelavoro per esigenze di cure parentali da parte dei lavoratori. Questi incentivi sono importanti per molte ragioni. Un’organizzazione del lavoro troppo rigida comporta infatti una penalizzazione delle carriere

delle donne che si vedono costrette a uscire dal mercato o a scegliere lavori meno qualificati o precari, pur di avere gradi di flessibilità che permettano la cura dei figli o degli anziani in famiglia. Ricordiamo che in Italia una madre su quattro a distanza di due anni dalla nascita del

figlio non ha più un lavoro, un dato stabile nel tempo. Claudia Goldin in un recente contributo sottolinea come siano proprio la struttura del mercato del lavoro e la tendenza in molte professioni, specialmente quelle più remunerative, di continuare a premiare le lunghe ore in ufficio ad alimentare e mantenere forti i divari salariali di genere.

Infine, il decreto introduce per la prima volta una norma che riguarda il congedo per le donne vittime di violenza di genere e inserite in percorsi di protezione. Il decreto prevede la possibilità di astenersi dal lavoro, per un massimo di tre mesi, per motivi legati a tali percorsi, garantendo l’intera retribuzione, le ferie e il diritto di trasformare, se richiesto dalla lavoratrice, il rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale. Queste possibilità riconoscono come la violenza di genere produca non solo danni psicologici e fisici, ma come abbia anche un potenziale impatto negativo sull’esperienza di lavoro e sui guadagni delle vittime.

 

Per rimediare al pasticcio della Riforma nel 2001 del TITOLO V ( articolo 117) della Costituzione Ovvero , quando si commette un errore la BUONA POLITICA lo deve riconoscere e correggere (4)

La riforma del Titolo V della Costituzione fu approvata frettolosamente nel 2000 dall’allora maggioranza di centro-sinistra, operazione , oggi , col senno di poi e alla luce dell’esperienza , alquanto maldestra . Certamente la versione precedente dell’articolo 117 , aveva previsto per le Regioni , istituite ed entrate in funzione con molto ritardo e a fatica , ( 1970-1977) , un complesso di materie , da trasferirsi da parte dello Stato centrale , riduttivo rispetto alle esigenze di un paese ancora articolato e variegato ma evoluto rispetto il 1948.E questo , a prescindere dal clima separatista/federalista montante negli anni 90.

Le materie che dallo Stato dovevano essere trasferite alle Regioni secondo l’articolo 117 della Costituzione del 1948 :

ordinamento degli uffici e degli enti amministrativi dipendenti dalla Regione, circoscrizioni comunali , polizia locale urbana e rurale , fiere e mercati , beneficenza pubblica ed assistenza sanitaria ed ospedaliera , istruzione artigiana e professionale e assistenza scolastica , musei e biblioteche di enti locali ,urbanistica , turismo ed industria alberghiera , tranvie e linee automobilistiche di interesse regionale ,viabilità, acquedotti e lavori pubblici di interesse regionale ,

navigazione e porti lacuali;acque minerali e termali , cave e torbiere , caccia , pesca nelle acque interne , agricoltura e foreste , artigianato e altre materie indicate da leggi costituzionali.

 

Così , i legislatori hanno creduto di interpretare queste esigenze ridisegnando il nuovo articolo 117 e la struttura delle materie di competenza tra Stato e Regioni introducendo quelle a legislazione concorrente . Questa nuova categoria giuridica significava che due diversi organi decisionali condividevano il diritto alla stesura ed emanazione delle leggi nelle stesse materie. Così Stato e Regioni potevano legiferare ( ma soltanto per esemplificazione ) entrambi ne:

i rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni ; commercio con l’estero; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione;produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia;

Non occorreva essere abili profeti nel prevedere :

  1. Un profluvio di conflitti di competenza tra Stato e Regioni dato che , anche se è vero che il nuovo articolo 117 riconosceva potesta legislativa alle Regioni nelle materie a legislazione concorrente e con la determinazione , però , in queste stesse materie di principi fondamentali da parte dello Stato , quando questa determinazione è stata tentata è sembrata alle Regioni spesso arbitraria e sconfinante nelle proprie competenze. Tanto più , perché i cosidetti principi fondamentali sono locuzione giuridicamente tanto generica e evanescente da essere indefinibile e interpretabile secondo partigianeria.

Così al profluvio di conflitti è corrisposto un profluvio di pronunce da parte della Corte Costituzionale per risolverli.

Questo contenzioso crescente tra Stato e Regioni , per questioni di competenza legislativa e gestione amministrativa , ha rappresentato , in certi anni , oltre il 40% del lavoro della Corte Costituzionale (nel 2002 era il 7% per cento, vedi tavola e grafico sotto). Più recentemente il baricentro della Corte si è spostato progressivamente a favore dello Stato, accogliendo il 50 per cento dei suoi ricorsi, contro il 20 per cento di quelli delle Regioni.

contenzioso stato regioni

  1. Entrando nel merito della gestione delle competenze attribuite , da allora , da parte delle istituzioni Regionali , in assenza di coordinamento e programmazione statali , si è dato attuazione a politiche all’insegna della frantumazione , dell’ autoreferenzialità anche in termini di spreco di risorse ( ma , per la verità, non tutte le Regioni e non , certamente , l’Emilia Romagna ).E ancora , nei mercati globalizzati odierni , con quelli dei paesi emergenti in forte crescita anche nel movimento turistico , ha senso per una Regione italiana fare da sola una missione in Cina per promuovere i propri prodotti turistici ? O , nel commercio estero , potrebbe essere più efficace ed efficiente una politica di marketing turistico di livello nazionale che , insieme a tutte le Regioni , promuova , il marchio del made in Italy.
  2. In materia di turismo le Regioni hanno sempre rifiutato una legge quadro nazionale che prescrivesse , tra le altre , norme che regolassero , ad esempio , lo standard delle strutture ricettive , in modo che gli albergi con le medesime stelle avessero servizi e infrastrutture di accoglienza omogenei su tutto il territorio nazionale , come parrebbe ragionevole .

In materia di porti e areoporti si è sviluppata una programmazione locale spesso priva di riferimento con le vere esigenze del mercato e deresponsabilizzata sul piano degli effettivi ritorni degli investimenti , non adeguatamente giustificati da valutazioni tecnico-economiche oggettive . Tali inefficienze hanno portato alla perdita di competitività e di quote di mercato nei confronti dei sistemi portuali del nord Europa e del sud del Mediterraneo , che il Piano Nazionale della Portualità sta cercanto di correggere.

Che dire , poi , dello sviluppo disordinato dei numerosi areoporti piccoli e inefficienti ( 112 scali operativi di cui 90 per traffico civile ) , una palla al piede per tanti enti locali costretti a sobbarcarsi le copiose perdite di bilancio delle loro società di gestione.

In materia di Fondi Strutturali Europei le Regioni hanno mostrato il peggio di sè :

finalizzati teoricamente allo sviluppo e la coesione nel nostro paese , in realtà , queste risorse sono state spese , con ritardo e male , disperse in una frammentazione e una miriade progetti ( si fa per dire ) spesso incosistenti ( per non dire ridicoli ) , di nulla utilità e finalizzati più a logiche contingenti che funzionali a un disegno strategico di sviluppo del paese .

Così , con la Riforma della Riforma dell’articolo 117 , lo Stato si riappropria della legislazione esclusiva in tema di “disposizioni generali e comuni sul turismo” nonché su altri campi connessi, come “infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione , porti e aeroporti civili, di interesse nazionale ed internazionale, commercio estero”. La riforma non distigue solo materia di interesse statale e regionale ma anche interesse nazionale e regionale su cui anche se di competenza regionale può prevalere l’intervento statale se l’interesse è nazionale. Cioè , viene introdotta una ‘clausola di supremazia’, che consente alla legge dello Stato, su proposta del governo, di intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale. In questo la riforma recepisce la motivazione con la quale la Corte Costituzionale ha cercato di dirimere i conflitti Stato-Regioni , dando ragione ai ricorsi dello Stato , come si scriveva.

Questo non è il ritorno ad un centralismo statale burocratico ma è un intervento di razionalizzazione istituzionale che , quando richiesto , cercherà di coordinare e far partecipare le Regioni nella programmazione nazionale.

Tanto più che con il nuovo Senato viene riconosciuto peso istituzionale centrale alle Regioni nella politica nazionale.

Dulcis in fundo , per mettere argine ai privilegi e alle degenerazioni nelle Regioni ( come le spese pazze da parte della mala politica ) , la legge di Riforma ha anche integrato l’articolo 122 già vigente della Costituzione che recita : “Il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale nonché dei consiglieri regionali sono disciplinati con legge della Regione nei limiti dei principi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi elettivi “ aggiungendo : “ e i relativi emolumenti nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione “.

Inoltre nelle Disposizioni finali la riforma dice : “Non possono essere corrisposti rimborsi o analoghi trasferimenti monetari recanti oneri a carico della finanza pubblica in favore dei gruppi politici presenti nei Consigli regionali”

continua

Riforma della Costituzione , gli Organi di Garanzia : i numeri non mentono mai , a differenza degli umani (3)

Il titolo VI della parte seconda della Costituzione , che reca la denominazione «Garanzie Costituzionali» , prevede e regolamenta dall’ articolo134 al 137 la Corte Costituzionale , quale organo di difesa della Costituzione contro i possibili abusi da parte delle forze di indirizzo politico di maggioranza .

Anche il Presidente della Repubblica ha prerogative di controllo del suo operato quando , in base all’articolo 74 , prima di promulgare una legge può , con messaggio motivato alle Camere , chiedere una nuova deliberazione.Tuttavia se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata . Molto più incisiva è , invece, la sua “influenza” sull’organo di garanzia per eccellenza , quale la Corte Costituzionale , di cui nomina un terzo dei 15 componenti ( comma 1 art.135)..

Ora , in proposito , il sito ufficiale del NO alla riforma della Costituzione chiede :

( La riforma ) Garantisce l’equilibrio tra i poteri costituzionali? NO, perché mette gli organi di garanzia (Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale) in mano alla falsa maggioranza prodotta dal premio della nuova legge elettorale.

Allora affidiamoci ai numeri .

L’articolo 83 comma 3 vigente della Carta Costituzionale recita : “L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi della assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta “ La modifica prevista dalla riforma prevede , dopo il terzo scrutinio , la maggioranza dei due terzi , in luogo di quella assoluta dell’articolo vigente, ovvero più alta . Infatti la maggioranza assoluta dell’assemblea ( Camera e Senato in seduta comune pari a 730 componenti ) è pari a 366 mentre , quella qualificata dei tre quinti , è pari a 438. Questo quorum è ampiamente superiori ai 340 seggi riconosciuti dal cosi detto ITALICUM per chi vince le elezioni e soltanto se i 100 senatori , fossero tutti favorevoli alla maggioranza con i 440 voti complessivi questa riuscirebbe ad eleggere il Presidente ( per due voti). Una eventualità del tutto impossibile dato che il nuovo Senato è eletto con metodo proporzionale e così garantendo il più ampio pluralismo partitico possibile . Soltanto dal settimo scrutinio , il nuovo articolo 83 prevede che sia sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti.E , se non ci fossero assenze e i votanti fossero pari ai 730 membri dell’assemblea , si tratterebbe sempre di una maggioranza richiesta di 438. Perché fossero decisivi i 340 seggi dell’ITALICUM dovrebbero partecipare al voto soltanto 560 dei 730 componenti l’assemblea , una assemblea decimata di 170 deputati e/o senatori da una misteriosa malattia virale ( ovviamente diffusa dagli untori della “falsa maggioranza “ dell’ITALICUM ma da cui , ovviamente , si sono resi immuni ). Un’altra possibilità per la maggioranza , dovrebbe vedere contemporaneamente solo 700 votanti e tutti i 100 senatori a lei favorevoli . Comunque la “si giri” l’ITALICUM , con i suoi 26 seggi di premio , non crea nessun regime autoritario. Per maggiore chiarezza , si veda la tavola sottostante.

elez pres rep

 

Come si scriveva , pocanzi , l’articolo 135 comma1 della Costituzione recita”La Corte costituzionale è composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative.”

Ora la sua modifica non prevede più la nomina dei giudici in seduta comune , ma Camera e Senato ne eleggono , rispettivamente , tre e due . Secondo l’articolo 3 della Legge Costituzionale 22 novembre 1967, n. 2 per la elezione dei tre giudici da parte della Camera nelle prime 3 votazioni sono richiesti due terzi della assemblea cioè 420 e nelle successive votazioni tre quinti cioè 378 , più , quindi ,dei 340 seggi garantiti dall’ ITALICUM a chi vince le elezioni. Anche in questo caso l’Italicum non determina nessun stravolgimento delle Garanzie Costituzionali. La dittatura della maggioranza non si può dare perché questa , per eleggere gli Organi di Garanzia dovrà sempre trovare accordi con le opposizioni.

 

P.S.

La Riforma della Costituzione , introduce , un ulteriore elemento di Garanzia Costituzionale là dove modifica l’articolo 73 ( e il conseguente articolo 134 sulle prerogative della Corte Costituzionale ), prevedendo che :

“ Le leggi che disciplinano l’elezione dei membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica possono essere sottoposte, prima della loro   promulgazione,   al   giudizio   preventivo   di legittimita’ costituzionale da parte della Corte costituzionale, su ricorso motivato presentato da almeno un quarto dei componenti della Camera dei deputati o da almeno un terzo dei componenti del Senato della Repubblica entro dieci giorni dall’approvazione della legge,

prima dei quali la legge non puo’ essere promulgata. La Corte Costituzionale si pronuncia entro il termine di trenta giorni e, fino ad allora, resta sospeso il termine per la promulgazione della legge.In caso di dichiarazione di illegittimita’ costituzionale, la legge non puo’ essere promulgata “.

Non solo , ma la legge di Riforma , all’articolo 39 comma 11 delle Disposizioni transitorie , prevede che già in questa legislatura , l’ITALICUM , possa essere sottoposto al giudizio di legittimità costituzionale della Corte , se richiesto da un quarto dei deputati o un terzo dei senatori.

continua