La ripresa economica è anche ripresa dell’occupazione

Pubblico 6 tavole di elaborazioni di dati statistici di fonte ISTAT che mostrano come si è evoluto il mercato del lavoro in Italia tra il 2008 , 2014 e 2017 a livello di media dei primi tre trimestri di ogni anno . Il confronto permette di comprendere che dal 2014 l’occupazione è in ripresa e la disoccupazione si è ridotta ma non hanno ancora ripreso i livelli del 2008 , di prima , cioè , della doppia crisi dei cosidetti mutui subprime e del debito pubblico. Infatti l’occupazione totale è leggermente inferiore al 2008 ( -0,5% ) recuperando però il 3,4% sul 3,7% di caduta del 2008-2014 ( tav.1). Con una grande differenza , tuttavia , tra lavoro dipendente che è cresciuto superando il livello del 2008 con il 2,6% in più e quello indipendente crollato del 9,6%. E’ vero però che il volume di ore lavorate è inferiore a quello del 2008 per il 5,4% sia del lavoro dipendente che indipendente ( tav.2). Non a caso sono aumentati di più gli occupati dipendenti a tempo parziale e a tempo determinato che a tempo pieno , mentre i lavoratori indipendenti sono diminuiti tra il 2008 e il 2017 in entrambe le tipologie di orario ( tav. 3 e 4 ). Così l’orario involontario a tempo parziale è rimasto a livelli quasi uguali a quello del 2014 , il 52,2% del totale (tav.5) . I dati sulla disoccupazione totale ( 15-74 anni ) e giovanile ( 15-24 anni ) sono quelli peggiori , ridottisi di poco ( tav.6) .

Il fatto è che questo paese dopo il boom economico del dopoguerra a partire dagli ultimi anni 60 del secolo scorso non è più stato in grado di “dotarsi “ di un modello di sviluppo in grado di sostenersi e sviluppare livelli quantitativi e qualitativi di occupazione adeguato al nuovo scenario mondiale della globalizzazione , della rivoluzione tecnologica digitale , del protagonismo dei paesi emergenti , in primis la Cina , delle grandi migrazioni e dei mutamenti climatici. L’eccellenza che pure c’è , è cresciuta , ma è minoritaria e deve per di più reggersi sulle spalle tutto il resto che rimane di inadeguato e inefficiente . Siamo sopravissuti ( si fa per dire ) accumulando livelli di debito ed evasione fiscale monstre. Chi ha governato negli ultimi anni ha fatto ripartire il paese ma la strada è ancora lunga .

Perché la ripresa economica nel nostro paese è anche merito della politica dei due Governi Renzi-Gentiloni ?

Perché la ripresa economica nel nostro paese è anche merito della politica dei due Governi Renzi-Gentiloni ?.

Prendiamo le mosse dalla pubblicazione , da parte di ISTAT , dei dati sulla produzione industriale di dicembre che è salita dell’ 1,6 per cento rispetto al mese prima, e del 4,9 sul dicembre dell’anno precedente. La media 2017 è del 3 per cento in più, il doppio della crescita 2016 e la più alta da otto anni anche se il suo livello non ha ancora recuperato quello precedente la crisi che non è stata , quindi , ben inteso , ancora superata. Si tratta comunque di una forte accelerazione che fa ben sperare per il 2018. Secondo gli esperti ( Sergio de Nardis dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio e Lucio Poma, responsabile scientifico dell’area industria e innovazione di Nomisma , si veda l’articolo di Marco Ruffolo su Repubblica del 10 febbraio ) questo dato positivo è dovuto anche agli incentivi ( Industria 4.0 ) del Ministro Calenda che spingono gli investimenti e quindi la domanda per l’industria che li produce. L’industria è stato il primo settore a dare un contributo positivo alla crescita dei PIL nel primo trimestre 2014.Ma lo hanno fatto e lo stanno facendo anche i consumi delle famiglie che ,non a caso , sono in ripresa proprio da quando il governo , con il primo provvedimento degli 80 euro del maggio 2014 ha cominciato a ridurre il carico tributario e a sostenerli con i vari bonus . I dati statistici dei conti trimestrali del conto economico delle risorse e degli impieghi ( nelle tavole e i grafici sottostanti ) mostrano che è stata la componente della domanda per beni di consumo a dare un contributo positivo , per prima , al PIL ,nel secondo trimestre 2014 ( +0,3% ). In seguito a trainare la crescita del PIL è stata anche la componente della domanda interna degli investimenti ( dal secondo trimestre 2015) . L’effetto trainante sul PIL è evidenziato , nei grafici , quando le due linee ( var.% PIL e var.% della componente della domanda ) si muovono parallelamente. L’effetto contrario negativo o nullo viene mostrato quando la linea della variazione della domanda come quella estera o della spesa pubblica è stata ed è divergente da quella del PIL . Si tenga conto che , in statistica economica , la variazione % del PIL è uguale alla somma delle variazioni % positive e/o negative dei contributi delle componenti della domanda.

Ora il PD , nel suo programma elettorale , propone la continuazione di questa politica economica neo Keynesiana ( combinazione di politica economica dell’offerta e della domanda ), che ha funzionato , rafforzandola con il ,dal lato della offerta :

  1. Rendere strutturale il credito di imposta per investimenti in ricerca e sviluppo.
  2. Realizzare un Piano Nazionale per valorizzare le opportunità economiche e ambientali dello sviluppo dell’economia circolare
  3. Ridurre il cuneo contributivo di 4 punti in 4 anni (dal 33% al 29%) per incentivare il lavoro a tempo indeterminato .
  4. II Salario minimo legale per combattere i lavori sottopagati
  5. Portare a centomila il numero degli studenti degli ITS (istituti tecnici superiori): nel tempo dell’intelligenza artificiale e della robotica .
  6. Riduzione ulteriore dell’IRES fino al 22%: uno dei livelli più bassi in tutta Europa.
  7. Aumentare la deducibilità IMU per i fondi di professionisti, artigiani e commercianti
  8. Estendere i PIR anche oltre l’attuale perimetro di legge per consentire alle piccole imprese innovative di competere di più e valorizzare il risparmio italiano
  9. Istituire uno strumento di formazione del personale delle imprese per un monte ore complessivo minimo iniziale di 150 ore: formazione permanente e capitale umano
  10. Estendere la misura degli 80 euro anche alle partite IVA e agli autonomi fino ai 26.000€ lordi
  11. Incentivare fiscalmente , sul modello dell’iperammortamento , chi riqualifica alberghi e strutture ricettive
  12. Aumentare i fondi nazionali per i farmaci innovativi specie nel settore oncologico e la ricerca contro le malattie rare, agevolando gli investimenti imprenditoriali della ricerca farmaceutica .

Dal lato della domanda , attraverso , cioè , gli investimenti pubblici , con il :

  1. Raddoppiare i fondi della legge sui piccoli comuni
  2. Raddoppiare lo stanziamento per le periferie e le aree degradate
  3. Accelerare le procedure nella ricostruzione delle aree terremotate
  4. Acquistare nuovo materiale rotabile e bus per dimezzare l’età media della flotta .
  5. Stanziare altri 10 miliardi per l’edilizia scolastica ( oltre quelli della legislatura precedente).
  6. Concludere i cantieri aperti per interventi contro il dissesto idreologico finanziati per nove miliardi nella precedente legislatura
  7. Verificare semestralmente lo Stato di Attuazione dei 15 patti per il Mezzogiorno firmati nella precedente legislatura ,con procedure di coinvolgimento online dei cittadini sull’esecuzione delle opere.
  1. Introdurre 33 milioni di contatori digitali di ultima generazione per oltre due miliardi di investimento allo scopo di migliorare l’efficienza energetica in ogni edificio.
  2. Realizzare gli obiettivi della Strategia Energetica Nazionale e ridurre emissioni e inquinamento da plastiche, ponendo l’Italia in anticipo sugli altri Paesi nella lotta contro i rischi del cambiamento climatico.
  3. Investire fondi su nuovi carceri e ristrutturazione di quelli       esistenti ..

e attraverso misure di welfare con il :

  1. Raddoppiare i fondi per il reddito di inclusione contro la povertà ( oltre quelli della precedente legislatura).
  2. Incentivare fiscalmente le famiglie che necessitano del sostegno di badanti o di ricovero in case di cura per migliorare la qualità della vita.
  3. Allargare le condizioni per usufruire dell’APE sociale
  4. Rafforzare con 2 miliardi di euro l’indennità di accompagnamento graduando l’aumento sulla base del bisogno dei singoli.
  5. Realizzare un piano nazionale di asili nido da 100 milioni di € l’anno per tutta la legislatura
  6. Istituire la Carta Universale dei Servizi dell’Infanzia (400€ al mese per i primi tre anni da spendere per asilo, servizi di cura, baby sitter).
  1. Mutuare dall’esperienza del RBE spagnolo (reddito base emancipazione) la detrazione di 150€ mensili fino a 30.000€ di reddito , per agevolare chi decide di uscire di casa prima dei 30 anni.
  1. Rispettare in modo rigoroso il limite dell’aggiornamento triennale dei LEA per prendersi cura in modo più efficace di chi vive una situazione di difficoltà.
  2. Estendere una misura universale di sostegno,a partire da 80€ in più al mese, per ogni figlio fino ai 18 anni
  3. Abbassare ulteriormento il canone RAI ma azzerandolo alle categorie meno abbienti

E’ questo , certamente , un programma ambizioso , che va finanziato , dovendo , al contempo , ridurre il debito pubblico . L’avanzo primario positivo , necessario a questi fini , ( cioè entrate meno spese pubbliche al netto degli interessi ) a sua volta , deve essere conseguito senza deprimere la domanda e , conseguentemente , il PIL e l’occupazione ( tagliando la spesa “buona” e/o aumentanto la pressione fiscale) ma ricavato attraverso la loro crescita . Esperienza di queste due opposte politiche fiscali sono già state fatte: della prima , con la manovra recessiva adottata dal governo Monti nel 2011 ( che ha provocato il calo del PIL nel 2012 , -2,8% e 2013 , -1,7% ) per far fronte alla crisi dello spread ( ma , in quel momento emergenziale , si poteva fare diversamente ?) e della seconda , con le politiche espansive dei governi Renzi-Gentiloni, di lungo periodo , con le riforme strutturali e di breve , con il sostegno alla domanda mediante un , pur decrescente , deficit spending ( dal 2014 al 2017 , in sequenza , -3% , -2,6%, -2,5% , -2,3%) ma ottenendo l’ aumento del PIL pari a +0,1% , +0,8%, +0,9% , +1,5% , e la sostanziale stabilizzazione del rapporto debito-pil .Dall’inizio della crisi fino al 2013 , infatti , il rapporto debito/pil era aumentato di 29,2 punti percentuali mentre dal 2013 fino 2017 soltanto di 3 punti percentuali , con il livello dell’ultimo anno stabilizzato rispetto il 2016) .A breve si imporrà invece la sua riduzione perché il suo rinnovo dovrà avvenire rassicurando i mercati che ci prestano 400 miliardi l’anno con il probabile venir meno dell’ombrello protettivo da crisi della politica monetaria ( il quantitative easyng ) della BCE . E a breve termine quando la ripresa europea comporterà il raggiungimento di un tasso di inflazione pari al 2% , il target che ha giustificato quella politica monetaria.

Così l’avanzo primario dovrà essere tale da permettere la copertura della spesa per l’attuazione degli interventi contenuti nel programma elettorale ammontante a 35 miliardi di euro secondo Nannicini , suo estensore e la riduzione del debito pubblico.

In che modo ?

  1. Tornando ai parametri di Maastricht rispettando la regola del 3% al netto degli investimenti pubblici e del cofinanziamento delle infrastrutture sociali e facendo scendere il debito pubblico gradualmente , portando nei prossimi dieci anni il rapporto debito/PIL dal 132% al 100%. Nell’attuale quadro macroeconomico la diminuzione del deficit nominale avverrà , cioè , a un ritmo più lento rispetto ai vincoli troppo stretti sui quali sono calcolati gli attuali obiettivi programmatici di finanza pubblica del fiscal compctat che va superato.
  2. Investendo nella semplificazione del fisco e nell’incrocio delle banche dati mediante l’obbligo di fatturazione elettronica che a partire dal 1 gennaio 2019 è già previsto dalla legge di stabilità 2018 . Per il 2017 l’Agenzia delle Entrate ha conseguito un recupero di gettito pari a 20,1 miliardi ma la commissione istituita dalla legge 196/2009   ha stimato ben 83,561 miliardi di mancate entrate tributarie di cui per 31,611 miliardi di IRPEF da lavoro autonomo e impresa , per 10,299 miliardi di IRES , per 34,771 miliardi di IVA , per 6,881 miliardi di IRAP oltre a 7,5 miliardi fra locazioni , canone RAI e IMU. Uno spazio di recupero ancora molto più consistente rispetto i risultati dell’anno scorso.
  3. Recuperando un punto di PIL attraverso la digitalizzazione e il risparmio energetico della Pubblica Amministrazione e la revisione della spesa
  4. Recuperando le entrate tributarie grazie alla crescita stessa del PIL superiore al 2%
  5. Facendo pagare alle aziende online che lavorano in Italia le stesse tasse delle aziende offline: stesse condizioni, uguali tasse

 

La situazione economico-sociale del paese è migliorata o peggiorata con i Governi Renzi e Gentiloni

E’ tempo di elezioni e di bilanci : nella legislatura , appena terminata , la situazione economico-sociale è migliorata o peggiorata ? E cioè , rispetto al 2013 da quando nel febbraio 2014 è entrato in funzione il governo Renzi e rispetto al 2007/2008, prima cioè del lungo periodo della doppia crisi economica ( la prima provocata dallo scoppio della bolla finanziaria americana , la seconda dalla crisi greca e dei debiti pubblici nell’area euro con la comparsa dello spred) .
Per poter dare una risposta oggettiva non si può far ricorso che , ovviamente ( a cosa altro , altrimenti ? ) alle statistiche perché , se utilizzati correttamente , “ i numeri non mentono mai , a differenza degli umani “ . Così con l’aiuto dei dati di ISTAT (l’Istituto centrale di statistica italiano ) , di Banca d’Italia , di EUROSTAT ( l’Istituto di statistica dell’Unione Eu-ropea ) , dell’OCSE ( l’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico dei paesi più sviluppati ) cosa emerge ?
Il confronto viene effettuato tra la media dei primi tre trimestri del 2007 con quella del 2013 e tra quest’ultima e quella del 2017 .
1. Il Prodotto interno lordo ( il reddito del paese ) è diminuito dell’8,7% , tra il 2007 e 2013 mentre è aumentato del 3,5% tra il 2013 e il 2017 , un recupero parziale ma significativo soprattutto perchè crescente , dal +0,1% del 2014 al +1,5% del 2017.
2. Il totale degli occupati è diminuito tra il 2007 e il 2013 del -2,9% e nel 2017 è aumentato del 3,7% . Tuttavia le ore lavorate diminuite nel primo periodo dell’8,8% sono state parzialmente recuperate con il 3,9% in più nel secondo ( parallelamente alla dinamica del PIL) . Non a caso così è aumentata l’incidenza degli occupati a orario parziale sul totale passati dal 13,5% del 2007 al 17,8% del 2013 al 18,8% del 2017. L’orario ridotto è stato anche imposto ad una parte crescente di costoro , essendo stato involontario per il 38,1% nel 2007 aumentato al 61% nel 2013 , poi rimasto stabile al 60,8% nel 2017. Forte è stato l’aumento del tasso di disoccupazione passato dal 5,9% nel 2007 al 12% nel 2013. Ma è ancora ad un livello elevato , seppure inferiore , nel 2017 : 11,2%.
3. Anche il reddito delle famiglie si è fortemente ridotto negli anni della crisi del 10,8% recuperato solo in parte tra il 2013 e il 2017 con una crescita del 3,8%. In conseguenza si sono ridotti i consumi per il -7,7% con un recupero del 5,2% tra il 2013 e il 2017. Per quanto riguarda la povertà assoluta ( una famiglia è ritenuta povera quando non ha le risorse per una spesa in consumi costituita da un paniere di beni ritenuti essenziali per una vita dignitosa ) gli individui in queste condizioni sono aumentati tra il 2007 e il 2013 dal 3,1% al 7,3% della popolazione e , in deciso rallentamento , al 7,9% nel 2016. Tuttavia va considerato che a partire dell’anno in corso diventa operativo il reddito di inserimento a sostegno delle famiglie in povertà e che , secondo l’ISTAT , le principali politiche redistributive del periodo 2014-2016 (bonus di 80 euro, aumento della quattordicesima per i pensionati e sostegno di inclusione attiva), operate dal governo hanno aumentato l’equità della distribuzione dei redditi disponibili nel 2016 (l’indice di Gini , che misura l’equità nella distribuzione del reddito , è passato dal 30,4 al 30,1) e ridotto il rischio di povertà (dal 19,2% al 18,4% della popolazione) . Si è verificato un miglioramento seppure modesto .
4. Un ultimo dato riguardo al debito pubblico dell’Italia , uno dei più alti del mondo : in rapporto al PIL dal 102,7% nel 2007 è aumentato al128,6% nel 2013 e al 134,3% nel 2017 , rallentando decisamente la crescita .
In conclusione a parere di chi scrive la situazione economico-sociale del paese è migliorata ma , come è stato giustamente detto , l’Italia seppure in ripresa , non sta ancora affatto bene.
Rimettere in sesto la baracca è una gara dura perché l’economia italiana soffre di debolezze strutturali che si porta dietro da decenni . La tremenda crisi ha dato un colpo terribile ad un organismo già debilitato.
Ad esempio , è significativo che , il differenziale della variazione del PIL dell’Italia rispetto all’aggregato di quello degli altri tre più importanti paesi europei , Germania,Francia e Spagna , ad eccezione del periodo 1960-1980 quando era positivo di 0,4 punti % , in seguito sia stato sempre negativo, dell’1,2% nel periodo 1990-1998 ,( prima dell’Euro ) , dello 0,8% ( nel periodo 1999-2007) , differenziale aumentato , negli anni della doppia crisi dei mutui subprime e dei debiti sovrani al meno1,5% . Sul versante dell’occupazione , analogamente , l’Italia da sempre ha sofferto di un tasso nettamente inferiore a quello degli altri paesi come Francia e Germania .
Prendendo in considerazione gli ultimi 25 anni , un periodo di cambiamenti epocali , perchè il declino e la crisi ? : il mondo , appunto , cambiava ma l’Italia non se ne accorgeva .Il mondo cambiava per due ragioni. La prima è che mutava la tecnologia dominante: dall’elettricità, che aveva prevalso per un secolo, alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict). La seconda è che, conseguentemente, partiva una nuova ondata di globalizzazione delle società e dei mercati, che vedeva protagonisti i paesi emergenti, in particolare la Cina. L’Italia non approfittava né dell’uno né dell’altro fenomeno, perché la sua struttura produttiva si era, da lungo tempo, frammentata ( ricordate la retorica de il piccolo è bello ) Tante piccole imprese non potevano essere capaci di trarre tutti i frutti di innovazione e di produttività offerti dalle nuove tecnologie e dall’avventurarsi su mercati lontani.

Il mercato del lavoro in Emilia Romagna nel periodo 2008-2016

La tavola A mostra che l’occupazione tra il 2008 e il 2013 ( il periodo della doppia crisi , dei mutui subprime e del debito sovrano ) nella media regionale si è ridotta meno di quella nazionale ( -3,9% vs -2,3% ) . Tuttavia molto forte è stata la sua contrazione in provincia di Ferrara , -12,5%. Nel 2016 la media regionale mostra che è stato recuperato il livello del 2008 sopravanzadolo di quasi un punto percentuale , ma non in quattro province tra cui Ravenna .

La tavola B mostra che però i tassi di occupazione ( tra i 15 e 64 anni ) nel 2016 non hanno recuperato ancora i livelli del 2008 .

Peggio ancora i dati relativi alle classi di età giovanili ( tavola C ) tra 15 e 29 anni , i cui tassi di occupazione , che erano molto più alti della media nazionale , non solo si sono ridotti di più , tra il 2008 e il 2013 , ma hanno anche recuperato di meno tanto che ad esempio , a Ravenna , nel 2016 , il dato è quasi pari a quello deella media nazionale .

Quasi raddoppiati i tassi di disoccupazione ( tavola D) tra il 2008 e 2013 e lievemente ridottisi nel periodo della ripresa economica ( 2013-2016) Quelli giovanili ( tavola E 15-29 anni ) , in diverse province più che raddoppiati , si sono ridotti nel 2016 rispetto i massimi del 2013 in misura molto differenziata   , ma rimanendo tutti ancora a livelli molto elevati.

La tavola F sulla dinamica del part time è significativa : tra il 2008 e il 2013 , insieme alla cassa integrazione , la sua crescita ha tamponato la riduzione degli occupati , crescita che è continuata ,come mostrano i dati nazionali e regionali ( non sono disponibili i provinciali ) , anche nella fase di ripresa . Non a caso le ore lavorate a livello nazionale si sono ridotte molto più degli occupati -6,3% vs -1,4% tra il 2008 e il 2016. Altrattanto significativi i dati che mostrano una elevatissima incidenza che si è accresciuta del part time involontario ( tavola G) e molto alto tra i giovani l’82,2%.

I dati ISTAT mostrano che il mercato del lavoro sta migliorando . Ma ancora troppo poco quello delle classi di età giovanili . Forse l’operazione di generalizzata di decontribuzione e così consistente degli oneri sociali per le assunzioni a tempo indeterminato , avviata nel 2015 , è stata un errore , perché andava concentrata sulle classi di età giovanili , come , del resto vorrebbe fare il governo per il 2018. Parte dei fondi risparmiati potevano essere destinati al contrasto della povertà .

 

PIL : eppur si muove

Recentemente l’ISTAT ha comunicato che i primi dati provvisori di stima del PIL nel secondo trimestre dell’anno mostrano una sua crescita dello 0,4% sul primo trimestre e dell’1,5% sullo stesso trimestre dell’anno precedente . Il tasso annuo è la migliore variazione messa a segno dall’economia italiana dal 2011.

In soli sei mesi inoltre sono stati raggiunti gli obiettivi di crescita indicati dal governo per l’intero 2017. In tanti hanno obbiettato che , comunque , cresciamo meno degli altri paesi europei.

Ora se questo è vero , i dati EUROSTAT ( vedi tavola e grafico ) mostrano che è così , in media, dal 1990 . Infatti ,il differenziale negativo dell’1,2% di crescita dall’aggregato di Germania-Francia e Spagna del periodo 1990-1998 ,( prima dell’Euro ) , ridottosi al meno 0,8% ( del periodo 1999-2007) si è allargato negli anni della doppia crisi dei mutui subprime e dei debiti sovrani al meno1,5% , ma , il picco del 2,6% del 2012 si è progressivamente ridotto al meno1% del 2016. Questi dati vogliono dire che :

  1. La minore crescita del paese , rispetto gli altri , è un dato di lungo periodo dovuta a sue debolezze strutturali che vendono da lontano ( imprese troppo piccole,inefficienza della pubblica amministrazione , corruzione , criminalità organizzata , analfabetismo funzionale della popolazione adulta ecc. ), che si possono ragionevolmente correggere con politiche di lunga lena.
  2. Che i dati degli ultimi anni mostrano che si è innestata una tendenza di recupero che fa ben sperare

Differenziale di variazione % del PIL dell’Italia rispetto quella dell’aggregato dei PIL di Germania-Francia-Spagna ( elaborazione su dati EUROSTAT) .

 

Economia e immigrazione : Ravenna , un case study

Il valore aggiunto pro capite è un indicatore di benessere economico.

La variazione del valore aggiunto reale pro-capite dipende da quattro fattori:

  1. la quota della popolazione in età lavorativa sulla popolazione totale = componente demografica;
  2. il volume di lavoro degli occupati misurato dalle unità lavorative annuali calcolate riducendo il valore unitario dei contratti di lavoro a tempo parziale, di quelli dei lavoratori a chiamata e dei lavoratori interinali in equivalenti a tempo pieno
  3. il tasso di volume di lavoro degli occupati       (misurato come quota delle unità lavorative annuali sul totale della popolazione in età lavorativa);
  4. il valore aggiunto reale per unità lavorativa annuale , ovvero la produttività del lavoro.

In econometria , la semplice uguaglianza costruita con i dati statistici rappresentativi di questi fattori consente di determinarla così : variazione VA/popolazione =variazione Va/ula (produttività del lavoro) + variazione ula/popolazione età lavorativa (come quota del volume di lavoro degli occupati sul totale della popolazione in età lavorativa) + variazione popolazione in età lavorativa/popolazione totale. Sintetizzando e semplificando , la variazione della crescita economica , dipende dalla variazione della produttività del lavoro e da quella della popolazione , in specifico , della sua quota in età di lavoro che , convenzionalmente , si considera pari a quella compresa tra 15 e 64 anni .

Prendendo in considerazione i dati statistici relativi al periodo di sviluppo precedenti le crisi del 2008-2009 dei mutui subprime e del debito sovrano del 2011-2012 , a Ravenna , in Emilia Romagna e nel paese , nel periodo 95-2007 (tav. 1) , la componente demografica determinante la variazione del valore aggiunto procapite è stata negativa ovvero è mancata la forza lavoro per alimentare le attività economiche .

Tavola 1 – Valore aggiunto procapite. (Variazione percentuale media annua).Elaborazioni su dati ISTAT

Nelle società occidentali , in specie in Italia e Germania , l’evoluzione demografica , da molti anni,. ha determinato un forte invecchiamento della popolazione in conseguenza della riduzione del tasso di natalità . Ovviamente , è conseguita una forte riduzione della popolazione in età da lavoro che , come si è visto , è una delle componenti della crescita economica . Dato che la sostituzione del lavoro umano con le macchine e i robot ha avuto e ha ancora forti limitazioni è diventata esiziale l’immigrazione di popolazione straniera. Tanto più che al deficit demografico si è aggiunta una componente culturale costituita dalle forti le aspettative verso un lavoro qualificato da parte della popolazione autoctona , sempre più istruita . Così sono rimasti scoperti i posti di lavoro meno appetibili in diversi comparti dell’economia ( agricoltura , edilizia , attività ricettive di ristorazione ecc. ) che sono stati occupati , in misura crescente , dagli stranieri.

Addirittura , come si è visto , i dati della tabella 1 dicono che, nel periodo, la popolazione in età lavorativa non è stata sufficientemente “ alimentata “ dalla forte immigrazione sia interna che straniera (di ben oltre 46500 unità a Ravenna , tav. 2 ) che pure si è avuta e che, se , invece , lo fosse stata in misura maggiore , si sarebbe avuto un incremento del valore aggiunto pro capite ulteriore dato che il contributo negativo dello 0,7 % sarebbe stato positivo cosichè l’incremento sarebbe stato del +1,9 % invece del +1,2 % effettivo..

Tavola 2 – Saldo migratorio in provincia di Ravenna nel periodo 1996-2007. (V.A.)Elaborazioni su dati Servizio Statistica Provincia di Ravenna

Negli anni della crisi che ha colpito anche la provincia di Ravenna e che ha provocato un deciso aumento del tasso di disoccupazione è fortente rallentato l’aumento della popolazione residente straniera : il tasso medio annuo di aumento del 14,1% nel periodo 2004-2009 è crollato , così, all’1,3%. .

Al contempo il tasso di disoccupazione complessivo ( italiani più stranieri ) ridottosi dal 4,4% del 2004 al 2,9% del 2007 e aumentato al 9,8% nel 2013 per poi ridursi all’8,9% nel 2015.

Tavola 3 Variazione media annua dei residenti stranieri nei comini della provincia di Ravenna Elaborazioni su dati Servizio Statistica Provincia di Ravenna

I mille e 19 giorni del governo Renzi : ( 2 ) IL DISAGIO SOCIALE

Come si è visto nel primo articolo , nei mille e 19 giorni del governo Renzi lo sviluppo economico è stato anemico , riflettendosi sulla dinamica dell’occupazione.

I dati Istat mostrano che la perdita complessiva di occupati , verificatasi tra il 2007 e il 2013 , non è stata recuperata , nei mille giorni del governo Renzi ( tavola 1 ): il saldo 2007-2016 è pari a meno440 mila unità causato da oltre 1,5 milioni di unità a tempo pieno in meno , solo parzialmente compensate da un milione 1130000 occupati in più a tempo parziale. Al contempo questo saldo è dovuto a una dinamica differente tra lavoro dipendente e indipendente in quanto , quella dei primi è stata positiva recuperando la perdita del periodo 2007-2013 con 171000 unità in più ( Tavola 2 ) ma non sufficiente a compensare quella negativa degli occupati indipendenti ( -611.000 Tavola 3).

I dati relativi al lavoro dipendente ( tavola 2) per le cui assunzioni a tempo indeterminato dal 2015 e 2016 ha operato la decontribuzione degli oneri sociali, come incentivo , mostrano che se ne è verificato un recupero totale ( +239000 unità rispetto meno 197000 del periodo 2007-2013 ) , ma dovuto alla crescita degli occupati a tempo parziale ( tra il 2007 e il 2016 , in totale +838 mila , +44,3%) dato che dei quasi 844 mila occupati a tempo pieno in meno , ne sono stati recuperati solo 48mila ( il 5,6%) .

Questa dinamica complessiva di perdita di occupazione di lavoro dipendente e indipendente a tempo pieno e crescita a tempo parziale è comprovata dal dato sulle ore lavorate per occupato ( misura effettiva di lavoro e attività economica ) che sono diminuite del 6,1% nel primo periodo ( 2007-2013 ) e rimaste stabili tra il 2013 e 2016 : oltre ai licenziamenti si è fatto ampio ricorso sia alla cassa integrazione e sia alla trasformazione a tempo parziale dei contratti a tempo pieno .

Disaggregando i dati per i livelli ripartizionali , al NORD il recupero della occupazione dipendente totale[1] ( indeterminata più determinata ) a tempo pieno persa è stato molto più intenso della media nazionale e pari al 55,3% mentre la crescita del PART TIME è stato pari al 37,3% .Nel Mezzogiorno più modesto il recupero del tempo pieno , +11,4% e più consistente l’aumento del tempo parziale , +65,3%.

Disaggregando i dati per classi di età del lavoro dipendente risulta che il crollo dell’occupazione causa la crisi negli anni dal 2007 al 2013 si è concentrato in quelle più giovani , di 15-34 anni e 35-44 anni , un crollo non recuperato in seguito , anzi accentuatosi. Le classi di età più anziane hanno visto aumentare l’occupazione anche durante la crisi (tavole 4 ).

Un PIL che cresce poco consente una diminuzione modesta della disoccupazione .

E , infatti , la disoccupazione si è lievemente ridotta ed è ancora molto elevata quella giovanile e nel mezzogiorno ( tavola 5 ) .

Tassi di disoccupazione totale e di lunga durata ( da 12 mesi e più ) per classi di età , Italia

Tavola 5 Media dei primi tre trimestri per anno.( fonte ISTAT )

Tavola 6 Tassi di disoccupazione totale e di lunga durata ( da 12 mesi e più ) per classi di età per ripartizioni territoriali

Media dei primi tre trimestri per anno.( fonte ISTAT )

La tavola 7 mostra come sono variate nei due periodi , 2007-2013 e 2013-2016 le retribuzioni lorde orarie al netto dell’inflazione . Rispetto una variazione media complessiva quasi nulla nel primo ( +0,3%) e più sostenuta nel secondo ( +1,2%) , si è vericata una differenziarione tra i vari settori molto consistente( 6,6 e 2,4 le deviazioni standard ). A crescere di più sono state quelle di industria e costruzioni ( +9,1% e +4,0% 9,3% e 4,7% rispettivamente nei due periodi ). A diminuire quelle della Pubblica amministrazione ( -4,3% e -2,1%),e delle Attività Bancarie e Assicurative ( nel periodo 2007-2013 ) . Questo significa che chi ha mantenuto una occupazione stabile e con orario a tempo pieno ha beneficiato di retribuzioni crescenti anche nel periodo di crisi , al contrario di chi è stato licenziato , in cassa integrazione e di chi sé visto ridurre l’orario di lavoro . Come si è visto in precedenza i dati ISTAT hanno verificato che forte è stata la caduta dell’occupazione dipendente a tempo pieno tra il 2007 e il 2013 , molto parzialmente recuperata nel periodo successivo. Questo significa anche che buona parte delle assinzioni a tempo indeterminato che hanno beneficiato dello sgravo contributivo ( oltre 1,8 milioni secondo l’ INPS) sono state ad orario ridotto .

La fortissima diminuzione del PIL , l’aumento della disoccupazione e degli orari ridotti di lavoro , causa la crisi , ha fatto espodere la povertà assoluta .

La soglia di povertà assoluta: rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.

La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza.

Tra il 2007 e il 2015 il numero di individui in povertà assoluta è aumentato da quasi 1,8 milioni (3,1% della popolazione ) a quasi 4,6 milioni di unità ( 7,6% della popolazione ) , di cui oltre 2 milioni nel mezzogiorno.

Tavola 8 Numero di individui in povertà assoluta e incidenza di povertà per ripartizione geografica

Anni 2007-2015 Fonte: Istat, Indagine sulle spese delle famiglie

(valori in migliaia e percentuali)

 

Conclusioni

Come si è visto il livello degli occupati da lavoro dipendente permanente a tempo pieno nella media dei primi tre trimestri del 2016 è ancora molto al disotto di quello di prima della crisi di quasi 800000 unità ( tavola2 ) . E’ solo grazie ai contratti a tempo parziale che il livello di occupazione dipendente permanente del 2007 è stato recuperato seppure di poco ( 42000 unità ).Anche i contratti a termine sono aumentati superando il livello del 2007 solo grazie a quelli a tempo parziale.

Non a caso le ore lavorate per occupato dipendente sono cresciute di poco , rispetto il 2013 ,.+0,8%. ( tavola 9) .

Pare quindi che le decontribuzione del 2015 e 2016 per le assunzioni/trasformazioni a tempo indeterminato ( 1.824.558 ) abbiano sostenuto in buona parte la crescita di quelli ad orario ridotto ( ma i dati INPS non distinguono le assunzioni permanenti secondo l’orario ) . Nella dinamica del mercato del lavoro va poi considerato il flusso di assunzioni che hanno rimpiazzato i lavoratori pensionati , 286.000 nel 2015 e nei primi nove mesi del 2016.

Si è anche visto che nel 2015 è aumentata la povertà assoluta soprattutto nel mezzogiorno . Ora per far fronte a questo disagio sociale soltanto a partire dal 2 settembre 2016 si sono potute presentare le domande per essere ammessi a beneficiare del SIA, Sostegno per l’Inclusione Attiva, una misura nazionale di contrasto alla povertà che prevede l’erogazione di un beneficio economico, condizionata all’adesione ad un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa, in favore delle famiglie in condizioni di fragilità sociale e disagio economico nelle quali almeno un componente sia minorenne oppure siano presenti un figlio disabile o una donna in stato di gravidanza accertato . Il SIA rappresenta una sorta di “misura ponte” che anticipa, in versione ridotta, alcuni contenuti essenziali del Reddito di inclusione e altre misure sociali previsto dalla legge delega di contrasto alla povertà approvata alla Camera ma ferma al Senato ( aimè , povero referendum Costituzionale )

Si tratta di un provvedimento collegato alla legge di stabilità 2016 che avvia un intervento strutturale di contrasto alla povertà, per la prima volta in Italia , con risorse stanziata a tale scopo con un capitolo di spesa permanente nel bilancio dello Stato che prevede, per cominciare ., un miliardo di euro ogni anno. Si può però , a questo punto , chiedere a Renzi se non era il caso di prevedere questo intervento fin da subito all’inizio del suo governo , tralasciandone altri meno urgenti.

 

 

[1] I dati dei dipendenti a tempo indeterminato a tempo pieno e parziale disaggregati per ripartizioni territoriali non sono disponibili.

I mille e 19 giorni del governo Renzi : (1) il quadro economico

L’Italia migliora lentamente ma non sta bene : così ha detto qualche volta il Premier Matteo Renzi spendendosi incece “troppo spesso” nell’esaltazione del miglioramento che pure c’è stato, ma troppo modesto. Così , in un quadro economico sociale del paese ancora pesantemente in crisi è stato percepito falso l’ottimismo della volontà del premier. Ha scritto Stefano Folli su la Repubblica , il giorno seguente la assemblea del PD dopo il referendum del 4 dicembre : Renzi ha commesso l’errore di   “credere che l’Italia descritta sulla via della ripresa a tutti i livelli, socialmente coesa e ottimista sotto la guida del leader, fosse quella vera”. Così , come ha scritto Piero David in Referendum: il “no” cambia da Nord a Sud su www.lavoce.info :

“ I risultati del referendum costituzionale sono legati più a ragioni politiche e sociali che a valutazioni sul merito della riforma: un segnale importante per le forze politiche. Analisi di un voto disomogeneo territorialmente e socialmente, influenzato dalla condizione occupazionale e reddituale. “ A conferma di questo assunto si possono citare i risultati di un sondaggio del 22 ottobre a cura di Tecnè .s.r.l. per Porta a Porta dove chi dichiarava di conoscere bene i temi referendari era soltanto il 17% degli intervistati mentre il restante 83% li conosceva per nulla o in maniera superficiale . E , al contempo , si può verificare la correlazione , statisticamente significativa , sul piano territoriale ( a livello di regioni e province ) , tra la maggiore prevalenza del NO alla riforma Costituzionale e dove è maggiore la condizione di disagio economico sociale .

Infatti , come è evoluto il quadro economico del paese nei mille e 19 giorni del governo Renzi ( tra il 22 febbraio 2014 e l’8 dicembre 2016 ) in confronto a quello del periodo di crisi , tra il 2007 e il 2013 ?

LA RIPRESA ECONOMICA DEBOLE

Il livello medio del PIL nei primi tre trimestri 2016 è cresciuto rispetto quello dei primi tre trimestri 2013 ( tra i più bassi ) dell’1,7% , ancora inferiore del 7,2% rispetto quello dell’analogo periodo del 2007 ( l’anno precedente l’ inizio della doppia crisi dei mutui subprime e del debito sovrano) .

Sul piano territoriale il PIL pro capite tra il 2007 e il 2013 è diminuito in misura maggiore nel mezzogiorno (-13%) rispetto il nord del paese (-10,2%) mentre nei due anni tra il 2013 e il 2015 è cresciuto in misura minore ( +0,4% vs 1,0%).Così il divario territoriale del PIL pro capite , già elevato nel 2007 con un   differenziale tra sud e nord , pari al 43,2% , nel 2015 è ulteriormente cresciuto al 45,3%.

Tav. 1 var.% PIL pro capite elaborazioni su dati ISTAT

Questa lenta ripresa è stata condizionata da diversi sviluppi sfavorevoli di natura esterna, quali la sensibile riduzione degli scambi con la Russia, il rallentamento dei mercati emergenti, gli attacchi terroristici in Europa e, più recentemente, il voto sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

A riprova si può considerare il confronto tra le previsioni macroeconomiche , per gli anni del periodo 2014-2016 , contenute nel primo documento programmatico del governo Renzi , il DEF 2014 , e gli sviluppi economici effettivi .

Come si può notare dalla tavola sottostante , la numero 2 , le previsioni sulle variazioni del commercio mondiale degli organismi internazionali (WTO) sono state smentite , nei tre anni , di 8,5 punti percentuali rispetto le effettive . . E’ ovvio che di questo scenario negativo , un paese come l’Italia , che ha sempre fondato lo sviluppo del PIL sulle esportazioni di merci ( nel 2015 il 40% della produzione industriale è stato esportato   ) e servizi ( le presenze turistiche degli stranieri incidono per la metà su quelle totali ) non poteva non risentirne . Infatti la crescita del PIL effettiva è stata inferiore alle previsioni di ben due punti percentuali . Tanto più che è bastato che il sistema si portasse ai ritmi di crescita appena positivi che il recupero delle importazioni azzerasse l’apporto in precedenza portato dalle esportazioni : il saldo tra la variazione delle esportazioni e delle importazioni , le esportazioni nette , ha portato un contributo negativo alla crescita del PIL ( nullo nel 2014 negativo nel 2015 , negativo nei trimestri del 2016 ad eccezione del terzo ) [1]. Va tenuto poi conto che lo sviluppo del PIL sarebbe stato ancora inferiore se il governo non avesse utilizzato la leva della spesa pubblica in deficit , grazie alle clausole di flessibilità riconosciute dalle regole europee che hanno permesso di rallentare il Piano di rientro di medio termine del debito pubblico che , non a caso , invece , è cresciuto . Infatti la tavola 2 mostra che l’indebitamento netto effettivo è stato superiore ( di 2,7 punti percentuali sul PIL ) a quello che era previsto nel DEF 2014 , cosicchè l’apporto alla crescita del PIL della spesa pubblica da meno negativo , nel 2014 e 2015 , di quanto ci si sarebbe dovuto aspettare , è stato positivo nei trimestri 2016 ( tavola 3 ).

Tavola 2 Elaborazioni su dati DEF 2014 , ISTAT , WTO

Tav. 3 Contributi delle componenti della domanda [2]alla crescita del Prodotto interno lordo

(elaborazioni su dati ISTAT)

Merita particolare attenzione il “ tormentone” circa gli effetti degli 80 euro di bonus fiscale in busta paga per i dipendenti che percepivano meno di 24.000 euro lordi l’anno , il primo provvedimento più significativo del governo Renzi che aveva , anche , lo scopo di sostenere la ripresa dei consumi e dell’economia. Tanti hanno negato sia stato efficace. Al contrario .

Intanto , secondo un’indagine commissionata da Conad e condotta da Nielsen presso il suo Consumer panel, nelle prime 40 settimane del 2015 le famiglie che hanno ricevuto gli 80 euro hanno speso l’1,5% in più rispetto allo stesso periodo del 2014, mentre quelle che non l’hanno ricevuto hanno continuato a tagliare la spesa (-0,3%) .

C’è stata , poi , la relazione annuale 2015 della Banca d’Italia dove si riportava una stima, basata sull’Indagine della stessa banca sulle famiglie italiane, in cui si concludeva “L’Indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia sul 2014 indica che il bonus fiscale per i redditi medio-bassi sarebbe stato consumato per circa il 90 per cento”.

Ci sono i dati ISTAT di contabilità nazionale sui contributi delle componenti della domanda alle variazioni del PIL trimestrale che mostrano , in concomitanza della entrata in carica del governo Renzi dal primo trimestre 2014 , un contributo diventato positivo ( mentre era negativo nei trimestri precedenti ) dei consumi delle famiglie ( senda colonna tavola 4 )

Tavola 4 Conto economico delle risorse e degli impieghi – anno di riferimento 2010)

Dati destagionalizzati e corretti per gli effetti di calendario ( elaborazioni su dati ISTAT )

continua

[1] Cioè la parte di PIL ( di produzione , di reddito ) guadagnata dal paese con le esportazioni non è sufficiente a compensare quella pagata all’estero per le importazioni ( ultima colonna tavola 3 ).

[2] La somma delle componenti è pari al PIL .

Referendum Costituzionale , Euro , Mercati finanziari , Spread , Finanza pubblica , Debito . C’è poco da scherzare : l’attuale aumento dello spread può continuare , potremmo pagare caro il no al referendum ( 3 )

Nel primo degli articoli della serie Referendum Costituzionale , Euro , Mercati finanziari , Spread , Finanza pubblica , Debito si era segnalato il movimento in ascesa dei rendimenti dei Btp a 10 anni che , una decina di giorni fa, aveva toccato l’1,76%, un livello ancora estremamente contenuto, ma il più alto da 12 mesi . Nel secondo articolo   si era mostrato come si è formato il nostro debito pubblico di oltre 2200 miliardi di euro e come la pezza , prima del governo Monti ( pesantemente costato al paese , vedi la riforma Fornero delle pensioni , l’IMU , una nuova recessione ) e l’intervento della BCE di Mario Draghi , poi , abbiano continuato a tenere sotto controllo i mercati finanziari ed evitato che sui prestiti richiesti dallo stato si dovessero pagare interessi da usura..

La dipendenza del nostro paese dall’umore dei finanziatori , in specie internazionali è molto pesante . A luglio 2016 , del nostro debito pubblico 710,8 miliardi erano detenuti da banche , fondi di investimento , fondi pensione , assicurazioni ecc. stranieri .Per dare una idea della loro importanza si può confrontare questa cifra con i quasi 316 miliardi spesi nel 2015 per prestazioni sociali in denaro ( pensioni e assistenza sociale ). Se i mercati cominciassero a rifiutarsi di finanziare il nostro debito , un governo di emergenza dovrebbe chiedere un intervento di soccorso alla Commissione Europea ( Dio ce ne scampi ) oppure imporre un prestito forzoso agli italiani , una manovra fiscale lacrime sangue ecc.( do you remember Mario Monti ?).

Infatti nell’anno in corso sono in scadenza 184,5 miliardi di titoli a medio lungo termine e BOT ( titoli a breve ) per 115 miliardi , un ammontare totale di 299,5 miliardi che , attraverso aste di collocamento , il Tesoro ha rifinanziato , nei primi nove mesi del 2016 , con emissioni pari a 301,031 miliardi e facilmente , dato che la domanda superava l’offerta in media di 1,5-1,6 volte , con conseguenti rendimenti al minimo , anche negativi ( chi presta soldi allo Stato è disposto , cioè , a pagare ).

Risultati Collocamenti anno 2016 in miliardi di euro .

Elaborazione su dati Ministero del Tesoro , Bollettino trimestrale

7-aste

Ora , l’ammontare dei titoli di debito detenuti da non residenti è importante : in quota modesta nel 1989 , il 3,3 % dell’intero debito , è cresciuta fino al 41,1% nel 2006 , è crollata al 31,1% nel 2012 ( non a caso con la crisi dello spread ) è stato in leggera ripresa al 32,8% nel 2015

8-debito-estero

I cosidetti investitori istituzionali stranieri , in specie i fondi pensione , sono diventati molto prudenti , in specie dopo le due crisi dei mutui subprime e dei debiti sovrani , a prestare soldi ai paesi con poca reputazione e la tavola sottostante mostra che , da agosto di quest’anno , i rendimenti di tutti i nostri titoli hanno invertito la discesa e da agosto sono in crescita. Il 14 novembre il rendimento del decennale è arrivato al 2%.

Titoli di Stato: rendimenti lordi a scadenza ( fonte novembre 2016 , L’economia italiana in breve , .Banca d’Italia )

9-tassi

Nel primo articolo si evidenziava che molti analisti finanziari erano convinti che a pesare sul movimento in salita degli interessi sui titoli italiani , fosse il rischio di instabilità politica legata al referendum costituzionale. Molti investitori internazionali notano la crescita del “No” nei sondaggi e temono che una eventuale bocciatura della riforma possa aprire una nuova fase di incertezza simile a quella successiva alle elezioni del 2013. Uno scenario di relativa stabilità dopo il referendum dovrebbe invece limitare le ripercussioni negative sui titoli di Stato.”

E ancora ,si è potuto anche leggere sui giornali che Moody’s fa capire che abbasserà il rating ( la misura dell’affidabilità del paese ) italiano in caso di vittoria del no.

Nell’intervista a Repubblica del 14 novembre , poi , il governatore della Banca d’Italia non nasconde le preoccupazioni, in un momento in cui si materializza un altro pericoloso «combinato disposto »: la vittoria di Trump, il voto sulla riforma costituzionale, la crisi delle banche. Ignazio Visco afferma che se lui non sa quanto inciderà l’esito del referendum , nel mondo, però “è opinione diffusa che la vittoria del No potrebbe essere un problema e aggiunge anche che “ le riforme istituzionali vanno fatte in ogni caso”.

Una conferma dei timori per l’instabilità conseguente dalla bocciatura referendaria viene da un altro indicatore, i Credit Default Swap, le polizze assicurative che coprono dal rischio di default del “titolo sottostante”. I Cds sui Btp italiani sono saliti a quota 220 punti, contro i 123 della Spagna e i 42 della Germania. Un altro segnale viene dal saldo tra le entrate e le uscite dei flussi finanziari che a settembre per l’Italia è in rosso per 354 miliardi, quasi 135 miliardi in più del 2014. Il deflusso si deve al fatto che non sono solo gli investitori esteri ma anche quelli italiani a comprare meno titoli di quanti ne vendano . Infatti gli stessi operatori italiani vendono i nostri titoli di Stato e acquistano   titoli esteri . C’è , cioè , una chiara tendenza alla fuga di capitali dall’Italia.

Infine, è proprio dalla Bce che potrebbe arrivare la peggiore conseguenza per il nostro paese.

Il Quantitative easing scade a marzo 2017 e la Banca Centrale Europea dovrà decidere se proseguire nell’acquisto dei titoli , compresi quelli pubblici , un intervento che , fin d’ora , ha protetto dalla speculazione quelli italiani . Ma i tedeschi sono già sul piede di guerra , perché sono convinti che i tassi di interesse bassi danneggino i loro risparmiatori e potrebbero accusare il Presidente italiano Draghi di voler continuare il Quantitative easing per sostenere l’Italia .

Tanto più che ,all’estero , come si è detto , la riforma costituzionale viene considerata una ulteriore banco di prova della capacità dell’Italia di modernizzarsi .

È chiaro che , se vince il no , si aprirebbe una fase di incertezza che i mercati , già umorali come sono , non apprezzerebbero. Anche perché lo scenario sarebbe veramente di ingovernabilità: con gli schieramenti politici , di eguale peso elettorale ,divisi in tre poli , l’un contro l’altro armati .

l’Italia è appesa al rischio referendum.

fine

Referendum Costituzionale , Euro , Mercati finanziari , Spread , Finanza pubblica , Debito : per fortuna che c’è l’EURO ( 2 )

La storia inizia negli anni 80 .

Dal 49% [1]sul PIL nel 1980 il debito pubblico dell’Italia nel 2015 era pari al 134,1% , una crescita di 2,7 volte .

2-debito

Il grafico sottostante mostra come si è determinato : una spesa crescente non coperta dalle entrate ha comportato disavanzi annuali consistenti ( o indebitamento netto ) fino al picco nel 1985 del 12,1% del PIL. Sono gli anni della craxiana Milano da bere .

Così , la spesa per interessi come quota della spesa pubblica dal 10,9% nel 1980 aveva raggiunto l’apice nel 1993 pari al 22,5% . Analogo il trend sul PIL con il picco al 12,3% nel 1985 .

3-interessi-disav

Va notato che l’aumento del debito e della spesa per interessi hanno iniziato a decrescere dagli inizi degli anni 90 , in coincidenza con le manovre finanziarie dei governi Amato e Prodi , tese a ridurre il disavanzo per far fronte , la prima , alla crisi della lira nel settembre 1992 e per consentire , con la seconda , nel 2007 ,l’entrata dell’Italia nell’EURO . Da allora la spesa per interessi e l’indebitamento netto o disavanzo si sono sostanzialmente stabilizzati fino ad un ulteriore e progressivo calo negli ultimi anni. Il debito però ¸dopo essersi ridotto dal 114,3% sul PIL del 95 al 100,8 % nel 2007 , ha ripreso a crescere fino al 134,1 % nel 2015 .

In realtà questa ripresa del debito in rapporto al pil è dipesa , essenzialmente dal crollo di quest’ultimo determinatosi a causa della crisi 2008-2015 dacchè , se fosse invece cresciuto allo stesso ritmo annuale del periodo 2001-2007 pari al 3,2% medio annuo invece dell’effettivo 0,7% ( in termini nominali ) , il rapporto sarebbe aumentato di appena 6 punti percentuali invece dei 34 effettivi.

4-controfattuale

La riduzione della spesa per interessi può ben essere spiegata dal netto calo del rendimento dei titoli del Tesoro , in specie decennali , i BTP , che se era pari al 13% medio annuo nel 1991 , nel 2015 era pari all’1,7% ( grafico sottostante ).

5

Una prima conclusione che si può trarre , da quanto esposto in precedenza , in particolare dall’ultimo grafico , è che uno dei benefici dell’entrata dell’Italia nell’EURO è stato di poter pagare tassi di interesse sui prestiti pubblici più bassi . Infatti tra il 1992 e il 1996 lo spread medio tra i titoli di Stato a 10 anni Italiani e quelli tedeschi è stato di 392 punti base, mentre tra il 1997 (data in cui l’Italia è entrata nella fase finale di adozione dell’Euro) e il 2010 (ultimo anno prima della crisi ) lo spread è stato di 44 punti. Tra il 1992 e il 1998 il costo degli interessi è stato in media di 104,5 miliardi di Euro annui mentre la media successiva all’introduzione dell’Euro è stata di 65,4 miliardi , un risparmio di quasi 40 miliardi .

Seconda conclusione : le nostre castagne cavate dal fuoco dalla Banca Centrale Europea .

Nel 2011 , la esplosione della crisi dei debiti sovrani innestata dal disastro greco , manifestatasi in Italia con lo spread alle stelle ( 585 punti base ) , se da una parte ha costretto il governo Monti ad una manovra di consolidamenti fiscale lacrime e sangue per calmare i mercati finanziari , dall’altro ha indotto la Banca Centrale Europea ad una svolta nella politica monetaria sia , con interventi decisi sul mercato secondario[2] dei titoli pubblici sia concedendo liquidità illimitata ad un tasso di interesse , fino allo zero , alle banche per consentire loro finanziamenti all’economia dell’area euro in difficoltà.

Per ultimo , a dicembre 2015 , ha avviato il Quantitative easing con lo scopo primario di alzare il tasso di inflazione fino al 2% e di accelerare la crescita economica attraverso l’acquisto per 80 miliardi al mese di titoli pubblici sul mercato secondario e di obbligazioni di qualità elevata emesse da società non bancarie dell’area . Come mostra la tavola sottostante l’intervento della BCE ha drasticamente ridotto i rendimenti dei Buoni del Tesoro Poliennali che , per quelli di durata triennale , a settembre di quest’anno , erano , addirittura , pari a zero. E’ implicito che l’intervento della BCE garantisce , con l’enorme arsenale finanziario della banca centrale dell’area euro di cui dispone , di tagliare anche le unghie a qualsiasi tentativo di speculazione sui titoli pubblici dei paesi membri da parte di chicchessia.

Una garanzia per l’Italia che gli stupidi non hanno capito.

Buoni del Tesoro Poliennali ( fonte Banca d’Italia , L’economia italiana in breve n.114 ottobre 2016 ) Rendimenti lordi a scadenza. ( medie annuali e mensili)

6-tassi

continua

 

[1] Perché è significativo il rapporto del debito con il pil e non tanto il suo valore assoluto ? perché dà una misura della sua sostenibilità cioè della capacità di una economia di ripagarlo . Banalmente , un stesso debito di 100 è più sostenibile con un reddito di 200 che di 100.

[2] A differenza della FED americana , la BCE , per statuto , non può acquistare titoli pubblici sul mercato primario cioè alla emissione da parte di una Stato ma , soltanto , sul secondario dove si acquistano titoli da chi li ha già sottoscritti. Tuttavia , anche così , si ottiene lo stesso risultato : sostenere le quotazioni ed abbassare i rendimenti e così aiutare i bilanci pubblici ( per questo i tedeschi sono molto arrabbiati con Mario Draghi ) . Infatti il mercato primario e secondario sono come due vasi comunicanti dove le differenze nei prezzi di uno stesso titolo prima o poi si annullano attraverso il meccanismo del cosidetto arbitraggio . Infatti questo è un’operazione che consiste nell’acquistare un’attività finanziaria su un mercato rivendendola su un altro , sfruttando le differenze di prezzo al fine di ottenere un profitto . Questi spostamenti contribuiscono , attraverso il meccanismo della domanda e dell’offerta ,al tendenziale riallineamento delle quotazioni tra mercato primario e secondario e quindi dei relativi rendimenti delle obbligazioni.