Gender Gap Report : l’Italia migliora e con il Jobs Act e la ripresa economica potrà migliorare ancora

Il Global Gender Gap Report , del World Economic Forum ( Fondazione senza fini di lucro con sede a Ginevra ) , che misura i differenziali di genere rispetto all’accesso alle risorse e alle opportunità, collocava l’Italia al 77 esimo posto nel 2006 , 80° posto nel 2012 , con un peggioramento dal 74° nel 2010, e dal 67° nel 2008 .Invece nel report 2015 su 145 nazioni l’Italia ha fatto un balzo in avanti collocandosi alla 41esima posizione.

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Merito indiscusso della scalata va alla politica ( pensate un po’). Nel sottoindice che prende in considerazione la partecipazione delle donne alla vita politica italiana, siamo passati infatti dal 37esimo posto al 24esimo. In questo caso conta la percentuale di donne in Parlamento (31,4%, la decima in Europa) e la percentuale di ministre (50% se si tiene conto del governo presentato da Matteo Renzi nel febbraio 2014, anno a cui fa riferimento il report). Per quanto riguarda gli altri sottoindici non si registrano miglioramenti di graduatoria anche se in termini di punteggio il sottoindice partecipazione e opportunità in ambito economico registra un aumento da 0,527 del 2006 a 0,603 nel 2015.

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Sembra si possa far derivare questo miglioramento dagli effetti della legge Golfo-Moscale che ha imposto le quote di genere nei cda delle grandi aziende . Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Commissione europea a gennaio 2015 (Database on women and men in decision making) in Europa la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle maggiori imprese quotate è in media circa il 20,2 per cento. Rispetto al 2010,quando la stessa percentuale si assestava all’11,9 per cento, l’aumento è stato significativo. Le differenze tra paesi sono tuttavia molto marcate: mentre in Francia, Finlandia o Svezia si supera il 25 per cento, in paesi come l’Irlanda o il Portogallo le donne non arrivano al 10 per cento del totale dei consiglieri. L’unico stato, sia pur al di fuori dell’Unione europea, che arriva al 40 per cento è la Norvegia, paese pioniere nell’introduzione di quote di genere, seguita, nell’adozione di questa misura, più recentemente, da Italia ( 19,6%) e Francia(20%). Il modello italiano sta diventando un esempio in Europa. Le prime valutazione degli effetti della legge Golfo-Mosca, effettuate dal progettoWomen mean business and economic growth, in corso presso il dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri inpartnership con l’Università Bocconi, mostrano che non solo il numero di donne in posizioni di vertice è aumentato, ma anche la governance delle società è migliorata.

Andrebbe considerato poi il Jobs act i cui effetti non sono registrabili perché i dati con cui è stato elaborato il report 2015 sono quelli del 2014.

Infatti uno dei decreti attuativi del Jobs act ( emanato nel febbraio 2015 ) contiene varie misure per la tutela della maternità e per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro

Il primo obiettivo riguarda l’estensione della possibilità di utilizzo del congedo parentale fino ai 12 anni del bambino dagli 8 attuali e di quello parzialmente retribuito dagli attuali 3 anni ai 6 anni

Il secondo punto importante del decreto è quello di estendere le tutele ai lavoratori autonomi, equparandoli ai lavoratori dipendenti, e di attribuire ai lavoratori e alle lavoratrici iscritte alla gestione separata il diritto alla indennità di maternità anche quando il datore di lavoro non abbia versato i contributi: la tutela della maternità (o della paternità) rimane ancorata al rapporto di lavoro e le indennità sono corrisposte alle madri (o ai padri) in quanto lavoratori con figli.

Il terzo punto riguarda i benefici per le imprese che ricorrono al telelavoro per esigenze di cure parentali da parte dei lavoratori. Questi incentivi sono importanti per molte ragioni. Un’organizzazione del lavoro troppo rigida comporta infatti una penalizzazione delle carriere

delle donne che si vedono costrette a uscire dal mercato o a scegliere lavori meno qualificati o precari, pur di avere gradi di flessibilità che permettano la cura dei figli o degli anziani in famiglia. Ricordiamo che in Italia una madre su quattro a distanza di due anni dalla nascita del

figlio non ha più un lavoro, un dato stabile nel tempo. Claudia Goldin in un recente contributo sottolinea come siano proprio la struttura del mercato del lavoro e la tendenza in molte professioni, specialmente quelle più remunerative, di continuare a premiare le lunghe ore in ufficio ad alimentare e mantenere forti i divari salariali di genere.

Infine, il decreto introduce per la prima volta una norma che riguarda il congedo per le donne vittime di violenza di genere e inserite in percorsi di protezione. Il decreto prevede la possibilità di astenersi dal lavoro, per un massimo di tre mesi, per motivi legati a tali percorsi, garantendo l’intera retribuzione, le ferie e il diritto di trasformare, se richiesto dalla lavoratrice, il rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale. Queste possibilità riconoscono come la violenza di genere produca non solo danni psicologici e fisici, ma come abbia anche un potenziale impatto negativo sull’esperienza di lavoro e sui guadagni delle vittime.

 

Per rimediare al pasticcio della Riforma nel 2001 del TITOLO V ( articolo 117) della Costituzione Ovvero , quando si commette un errore la BUONA POLITICA lo deve riconoscere e correggere (4)

La riforma del Titolo V della Costituzione fu approvata frettolosamente nel 2000 dall’allora maggioranza di centro-sinistra, operazione , oggi , col senno di poi e alla luce dell’esperienza , alquanto maldestra . Certamente la versione precedente dell’articolo 117 , aveva previsto per le Regioni , istituite ed entrate in funzione con molto ritardo e a fatica , ( 1970-1977) , un complesso di materie , da trasferirsi da parte dello Stato centrale , riduttivo rispetto alle esigenze di un paese ancora articolato e variegato ma evoluto rispetto il 1948.E questo , a prescindere dal clima separatista/federalista montante negli anni 90.

Le materie che dallo Stato dovevano essere trasferite alle Regioni secondo l’articolo 117 della Costituzione del 1948 :

ordinamento degli uffici e degli enti amministrativi dipendenti dalla Regione, circoscrizioni comunali , polizia locale urbana e rurale , fiere e mercati , beneficenza pubblica ed assistenza sanitaria ed ospedaliera , istruzione artigiana e professionale e assistenza scolastica , musei e biblioteche di enti locali ,urbanistica , turismo ed industria alberghiera , tranvie e linee automobilistiche di interesse regionale ,viabilità, acquedotti e lavori pubblici di interesse regionale ,

navigazione e porti lacuali;acque minerali e termali , cave e torbiere , caccia , pesca nelle acque interne , agricoltura e foreste , artigianato e altre materie indicate da leggi costituzionali.

 

Così , i legislatori hanno creduto di interpretare queste esigenze ridisegnando il nuovo articolo 117 e la struttura delle materie di competenza tra Stato e Regioni introducendo quelle a legislazione concorrente . Questa nuova categoria giuridica significava che due diversi organi decisionali condividevano il diritto alla stesura ed emanazione delle leggi nelle stesse materie. Così Stato e Regioni potevano legiferare ( ma soltanto per esemplificazione ) entrambi ne:

i rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni ; commercio con l’estero; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione;produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia;

Non occorreva essere abili profeti nel prevedere :

  1. Un profluvio di conflitti di competenza tra Stato e Regioni dato che , anche se è vero che il nuovo articolo 117 riconosceva potesta legislativa alle Regioni nelle materie a legislazione concorrente e con la determinazione , però , in queste stesse materie di principi fondamentali da parte dello Stato , quando questa determinazione è stata tentata è sembrata alle Regioni spesso arbitraria e sconfinante nelle proprie competenze. Tanto più , perché i cosidetti principi fondamentali sono locuzione giuridicamente tanto generica e evanescente da essere indefinibile e interpretabile secondo partigianeria.

Così al profluvio di conflitti è corrisposto un profluvio di pronunce da parte della Corte Costituzionale per risolverli.

Questo contenzioso crescente tra Stato e Regioni , per questioni di competenza legislativa e gestione amministrativa , ha rappresentato , in certi anni , oltre il 40% del lavoro della Corte Costituzionale (nel 2002 era il 7% per cento, vedi tavola e grafico sotto). Più recentemente il baricentro della Corte si è spostato progressivamente a favore dello Stato, accogliendo il 50 per cento dei suoi ricorsi, contro il 20 per cento di quelli delle Regioni.

contenzioso stato regioni

  1. Entrando nel merito della gestione delle competenze attribuite , da allora , da parte delle istituzioni Regionali , in assenza di coordinamento e programmazione statali , si è dato attuazione a politiche all’insegna della frantumazione , dell’ autoreferenzialità anche in termini di spreco di risorse ( ma , per la verità, non tutte le Regioni e non , certamente , l’Emilia Romagna ).E ancora , nei mercati globalizzati odierni , con quelli dei paesi emergenti in forte crescita anche nel movimento turistico , ha senso per una Regione italiana fare da sola una missione in Cina per promuovere i propri prodotti turistici ? O , nel commercio estero , potrebbe essere più efficace ed efficiente una politica di marketing turistico di livello nazionale che , insieme a tutte le Regioni , promuova , il marchio del made in Italy.
  2. In materia di turismo le Regioni hanno sempre rifiutato una legge quadro nazionale che prescrivesse , tra le altre , norme che regolassero , ad esempio , lo standard delle strutture ricettive , in modo che gli albergi con le medesime stelle avessero servizi e infrastrutture di accoglienza omogenei su tutto il territorio nazionale , come parrebbe ragionevole .

In materia di porti e areoporti si è sviluppata una programmazione locale spesso priva di riferimento con le vere esigenze del mercato e deresponsabilizzata sul piano degli effettivi ritorni degli investimenti , non adeguatamente giustificati da valutazioni tecnico-economiche oggettive . Tali inefficienze hanno portato alla perdita di competitività e di quote di mercato nei confronti dei sistemi portuali del nord Europa e del sud del Mediterraneo , che il Piano Nazionale della Portualità sta cercanto di correggere.

Che dire , poi , dello sviluppo disordinato dei numerosi areoporti piccoli e inefficienti ( 112 scali operativi di cui 90 per traffico civile ) , una palla al piede per tanti enti locali costretti a sobbarcarsi le copiose perdite di bilancio delle loro società di gestione.

In materia di Fondi Strutturali Europei le Regioni hanno mostrato il peggio di sè :

finalizzati teoricamente allo sviluppo e la coesione nel nostro paese , in realtà , queste risorse sono state spese , con ritardo e male , disperse in una frammentazione e una miriade progetti ( si fa per dire ) spesso incosistenti ( per non dire ridicoli ) , di nulla utilità e finalizzati più a logiche contingenti che funzionali a un disegno strategico di sviluppo del paese .

Così , con la Riforma della Riforma dell’articolo 117 , lo Stato si riappropria della legislazione esclusiva in tema di “disposizioni generali e comuni sul turismo” nonché su altri campi connessi, come “infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione , porti e aeroporti civili, di interesse nazionale ed internazionale, commercio estero”. La riforma non distigue solo materia di interesse statale e regionale ma anche interesse nazionale e regionale su cui anche se di competenza regionale può prevalere l’intervento statale se l’interesse è nazionale. Cioè , viene introdotta una ‘clausola di supremazia’, che consente alla legge dello Stato, su proposta del governo, di intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale. In questo la riforma recepisce la motivazione con la quale la Corte Costituzionale ha cercato di dirimere i conflitti Stato-Regioni , dando ragione ai ricorsi dello Stato , come si scriveva.

Questo non è il ritorno ad un centralismo statale burocratico ma è un intervento di razionalizzazione istituzionale che , quando richiesto , cercherà di coordinare e far partecipare le Regioni nella programmazione nazionale.

Tanto più che con il nuovo Senato viene riconosciuto peso istituzionale centrale alle Regioni nella politica nazionale.

Dulcis in fundo , per mettere argine ai privilegi e alle degenerazioni nelle Regioni ( come le spese pazze da parte della mala politica ) , la legge di Riforma ha anche integrato l’articolo 122 già vigente della Costituzione che recita : “Il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale nonché dei consiglieri regionali sono disciplinati con legge della Regione nei limiti dei principi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi elettivi “ aggiungendo : “ e i relativi emolumenti nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione “.

Inoltre nelle Disposizioni finali la riforma dice : “Non possono essere corrisposti rimborsi o analoghi trasferimenti monetari recanti oneri a carico della finanza pubblica in favore dei gruppi politici presenti nei Consigli regionali”

continua